lunedì , 11 dicembre 2017
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The fight of the century

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di Stefano Trucco

La novità è che si parla di pugilato per la prima volta dai tempi di Mike Tyson. L’incessante pubblicità all’incontro fra lo statunitense Floyd Mayweather Jr. e il filippino Manny Pacquiao ha ottenuto l’effetto Luna Rossa: in bar e uffici si sente parlare di pugilato con la stessa competenza con cui qualche anno fa migliaia di italiani si ritrovarono esperti di vela dalla sera al mattino.
Bene, in un certo senso, anche se il piacere è un po’ amaro per quella piccola banda di fanatici – io, per esempio – che continua a interessarsi a questo povero sport morente. L’italiano medio non ha la più pallida idea di chi siano gli attuali campioni italiani o mondiali. Probabilmente il pugile italiano più conosciuto oggi è Clemente Russo perché va spesso in tivù e non necessariamente per combattere.
Però è ingiusto anche paragonare questo rinnovo d’interesse con quello per la vela o il curling o la pallavolo. Molti si ricordano di quando il pugilato era importante e appassionante. Lo sport principe del XX secolo ha ancora dietro di sé uno strascico di memorie mitiche belle pesanti e il ring resta una delle icone più forti del secolo scorso. Nomi come Alì, Benvenuti, Monzon, Hagler sono ancora visibili nel crepuscolo che avanza.
Resta che prima di qualche settimana fa l’italiano medio non aveva sentito nominare né l’uno né l’altro.
Mayweather è l’atleta più ricco del mondo e viene da una famiglia di pugili (con cui non va necessariamente d’accordo): il padre, Floyd, combattè contro Sugar Ray Leonard, e lo zio, Roger, fu campione mondiale. Secondo i dettami della ‘cultura dello swag’ non nasconde minimamente la sua ricchezza, anzi. Si fa fotografare volentieri in compagnia dei suoi soldi o delle sue numerose Ferrari o dei suoi amici ricchi e famosi, fra i quali spicca Justin Bieber. No, non è simpaticissimo ma ha vinto vari titoli mondiali dai superpiuma ai welter ed è imbattuto. Non certo perché evitasse gli avversari; l’unico importante che gli mancava era Pacquiao ed eccolo. E’ bravo sul serio, anche se di quella bravura che non ispira ammirazione. E’ un tecnico impeccabile, con una difesa fantastica, ed al pubblico piacciono, beceramente e vigliaccamente, i pugili che vincono prendendo più pugni possibile oppure che abbattono gli avversari come birilli in pochi minuti. Mayweather è forse il più forte pugile dei nostri giorni ma non è un personaggio, non è un Alì o un Tyson. In parte, certo, perché il pugilato è diventato più piccolo e ristretto, in parte per il suo carattere.
Manny Pacquaio è, dal punto di vista dello stile, molto più accattivante di Mayweather. Un picchiatore devastante e velocissimo, è partito ancor dal basso per quanto riguarda il peso, avendo iniziato da mosca. Inoltre ha fatto la fame, che fa sempre simpatia: scappò di casa a 14 anni perché la famiglia non era in grado di mantenerlo. In più crebbe in una zona di scontri etnici fra cattolici e mussulmani. Oggi Pacquiao è uno degli uomini più potenti e famosi delle Filippine, pure deputato al Parlamento e probabile aspirante alla Presidenza.
Pacquiao è forte ma non più giovanissimo. Oltretutto non è imbattuto; in passato è pure finito Ko, e di recente dal messicano Marquez (uno dei tanti incredibili campioni del tutto sconosciuti dei nostri giorni). Quasi tutti – me compreso – vorrebbero vederlo battere Mayweather ma quasi tutti – me compreso – pensano che vincerà Mayweather. Vedremo: il pugilato è una faccenda pericolosa, un pugno che esce dal nulla può risolvere tutto in un secondo e, in fondo, Mayweather sarebbe un pugile più grande se almeno una volta perdesse – e poi si fa la rivincita…

 

Stefano Trucco, scrittore, è il libreria per Bompiani con Fight Night
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