domenica , 22 settembre 2019
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Siamo stati punti

Una difesa del punto a fine messaggio

Un sito d’informazione on line spesso criticato per i suoi contenuti frivoli e l’uso disinvolto del click-baiting ma parecchio seguito – motivo per il quale molti ne dicono male nell’attesa di ottenere un’intervista  una recensione o una fotogallery, cosa che sto facendo anche io –  ha pubblicato l’articolo intitolato Nei messaggi meglio evitare il punto alla fine della frase corredato dai risultati di una ricerca della Binghamton University di New York secondo cui, nei sistemi di messaggistica contemporanea, mettere il punto al termine di una frase, per quanto grammaticalmente corretto, conferisce un senso di freddezza e ostilità nei confronti del destinatario, segue la descrizione dell’esperimento alla base di questo sconfortante risultato. 

La ricerca non si occupa di punti interrogativi, punti e virgola, punti esclamativi o gli abusati punti sospensivi. Solo del punto. Mi sembra un complotto per tagliare la spesa sul punto per poter dirottarne il flusso dissenterico di punti sospensivi in cui siamo sommersi.

Non mettere il punto alla fine della frase è grammaticalmente scorretto. Perché possiamo sentirci autorizzati a non usare le più basilari norme della grammatica nelle messaggistica istantanea? Cercherò di spiegarlo in modo semplice, visto che l’Ocse Piaac ha rivelato che in Italia un adulto su quattro riesce a leggere solo frasi brevi (segnali stradali, libretti di istruzioni, menù): la grammatica è l’impalcatura della lingua, quella che ci fa fissare i pilastri sui quali si elevano i piani del pensiero. Siamo in Italia, non ci mancano gli esempi di cose costruite senza pilastri e delle relative conseguenze.

Quando il cameriere ci porge la pizza sul tavolo e va via senza augurarci buon appetito o ponendo un semplice “Prego” come punto finale della fase preparatoria al piacere della tavola, non commentiamo con i nostri commensali: “Che personale acido c’è in questo locale!”? Perché non dovremmo pensare la stessa cosa di chi non si prende quel millesimo di secondo per terminare una frase nel modo corretto? Dimostrare affetto per qualcuno significa prendersene cura e avere cura di ciò che gli si dice e di come lo si fa. 

Le forme linguistiche più comuni e che non richiedono il punto sono gli slogan pubblicitari o politici, i titoli di canzoni, film, libri o articoli giornalistici. Ecco perché il rischio di estinzione del punto: ora anche per comunicazioni affettive, quotidiane o di routine ci si parla per slogan che non soddisfano il ricevente ma lo seducono, fanno intendere che c’è dell’altro,  c’è sempre dell’altro. Ogni messaggio senza punto ammicca alla continua illusione di un meraviglioso segreto a portata di mano ma inafferrabile  e quindi anche, per rovescio della medaglia semantica, di precarietà, il sottotitolo di tutta una vita senza mai un punto fermo. 

Ma ricordiamoci una cosa: se oggi siamo qui, se siamo in questo mondo, se esistiamo, lo dobbiamo a due persone che, in un determinatissimo momento, hanno scelto di arrivare fino a quel punto. 

Adelmo Monachese è autore e scrittore. Il suo ultimo libro è Nel calcio la palla è quadrata e altri 500 luoghi comuni sul calcio al contrario.

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