venerdì , 20 ottobre 2017
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Quando fui costretto a leggere Harmony

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Un ombrellone non diventa il “nostro” ombrellone fino a quando non ci appendiamo sotto la nostra borsa mare, concentrato di beni e piccole proprietà che rende il raggio di spiaggia conquistato una mini ambasciata di casa. La borsa contiene chiavi, telefoni cellulari, teli, costumi, prodotti per proteggersi dal sole, prodotti per assorbire il sole, settimane enigmistiche vecchie anche di dieci anni, portafogli, sigarette&accendino e, ma si dai, mettiamocelo un libro. In caso di allontanamento dall’ombrellone, quali di questi oggetti è il meno a rischio di furto? E noi proprio di quello vogliamo parlare.

I libri. Forzieri di gioie, risate, commozione ed evasione che aspettano solo di essere aperti e saccheggiati. Ne parleremo con autori, promotori, editori e librai, in un piccolo ciclo di dialoghi sul tema “I libri e l’estate”. Iniziamo con Tony di Corcia, giornalista professionista e scrittore, 39 anni. Ha iniziato la sua attività giornalistica nel 1990. Ha curato la trasmissione di moda Angoli e diretto il free press magazine Viveur. Ha debuttato con un libro su Versace nel 2010, seguito da una biografia dello stilista calabrese (per Lindau Edizioni, con prefazione di Giorgio Armani) nel 2012: presto diventerà un film per Mediaset, che ha acquistato i diritti del libro. I suoi ultimi titoli, sempre per la casa editrice Lindau, sono del novembre 2013: una raccolta di interviste sul couturier Valentino Garavani e una storia del marchio britannico Burberry, che ha ricevuto i complimenti della Regina Elisabetta II e del Principe Carlo.

Scrittore-giornalista, giornalista-scrittore, scrittore prestato al giornalismo, giornalista prestato all’editoria. Cosa? Quando? Perché?

A saperlo… Mentre rispondo a queste domande, la colonnina del termometro si avvicina pericolosamente ai 40 gradi e io non ricordo nemmeno come mi chiamo! Visto che in questo periodo sto lavorando prevalentemente alla promozione dei miei libri, direi che la definizione più giusta è giornalista prestato all’editoria. Nell’etichetta “scrittore” mi sento sempre più a mio agio, pertanto mi auguro che questo prestito sia ancora lungo, felice, fecondo. Ho sempre sentito amiche le parole, per cui mi piace pensare di essere un comunicatore: mi sembra una definizione ampia, versatile, confortevole, e visto che sto ingrassando a vista d’occhio ho bisogno di abiti comodi, nei quali potermi muovere liberamente. Ho esigenze molto simili anche in ambito professionale.

 

Nel genere di narrativa non-fiction come la tua biografia di successo di Gianni Versace, dov’è il confine tra rispetto della realtà dei fatti e la mano del narratore?

Prima di scrivere i miei libri su Gianni Versace ho cercato di “prendere le distanze” da questo personaggio che ho profondamente ammirato per anni. Non potevo tradire uno sguardo eccessivamente indulgente. Mi ci sono, dunque, accostato con rispetto e lucidità. Non avevo alcuna intenzione di edulcorare o manipolare gli eventi che hanno costellato la vita di Versace, ci pensa già da anni il sottobosco della moda con illazioni degne di una telenovela argentina. Ho ricostruito i fatti, evitato le interpretazioni personali, ascoltato la voce di chi ha conosciuto davvero il personaggio, e alla fine ho cercato di porgere al lettore questa materia affascinante e delicatissima che è la vita (la vita di chiunque lo è, non solo quella dei personaggi famosi) con una dose di pathos, di passione, di calore. Volevo che il racconto fosse palpitante, coinvolgente. Spero di esserci riuscito, e molti lettori mi hanno confortato in questo senso: in tantissimi mi hanno scritto di essersi profondamente commossi dopo aver letto le pagine che descrivono la sua morte, avvenuta nel 1997 a Miami. I complimenti di un lettore valgono più di mille premi letterari. Mi auguro che stia accadendo lo stesso con i lettori che stanno leggendo il libro tradotto all’estero: ricevo molti messaggi dalla Polonia, ma non capisco una sola parola, mi tranquillizzano i numerosi punti esclamativi di cui sono farciti!

 

Esistono libri che rendono meglio se letti d’Estate? Se si, quali?

Qualche estate fa ero ospite in casa di alcuni amici. La biblioteca contemplava soltanto sei o sette romanzi Harmony. Pur di non soccombere alla noia, ne ho preso uno tra le mani. Se li si sfoglia senza troppi pregiudizi, e se si trascura il fatto che le trame possono innalzare pericolosamente i valori della glicemia, si scopre che sono scritti meglio di tanti casi letterari da milioni di copie. Ecco, quello è il genere di libri che d’estate è capace di apparire più dignitoso che in altre stagioni. Onore ai romanzi Harmony: caposaldo della formazione sentimentale di tante madri apparentemente giudiziose, di zie sfortunate in amore, di amiche che si ostinano ad amare l’uomo sbagliato.

 

Un autore o autrice di cui non perdersi nulla?

In questi giorni sto leggendo “Il testamento di Maria”, un libro dello scrittore irlandese Colm Tóibín del 2012 che Bompiani ha appena pubblicato in Italia. A parlare, in prima persona, è la Madonna: il punto di vista su questo figlio amatissimo e “ingombrante” è davvero affascinante. Bisogna ammettere che a dare voce alla Madonna, della quale i Vangeli ci dicono pochissimo, ci aveva già pensato Barbara Alberti nel 1979 con “Vangelo secondo Maria”: un libro immenso, intramontabile. Ed erano anni in cui, nonostante l’euforia di certe conquiste femministe, per descrivere la Madonna come una ragazzina disobbediente che oppone il suo piccolo arbitrio all’immensa volontà di Dio era necessaria una notevole dose di coraggio. Di Tóibín sarebbe spiacevole perdersi diversi titoli: “La famiglia vuota”, “Brooklyn”, “Madri e figli”. Gli omofobi incalliti leggano con attenzione il suo “Amore in un tempo oscuro: vite gay da Wilde ad Almodovar”, ne trarranno immenso beneficio. E visto che ci siete, non perdetevi neanche altre perle della Alberti, visto che l’ho citata (non perdo occasione per farlo): “Gelosa di Majakovskij” e “Sonata a Tolstoj” mi sembrano due libri perfetti da cui farsi attendere al ritorno dalle vacanze, mentre in vacanza si rivelerebbero gustosissimi “Riprendetevi la faccia” e “La guardiana del faro”. Giuro che la Alberti non mi ha pagato per questa promozione, e nemmeno Tóibín ha sganciato un solo euro.

 

Da scrittore come affronti l’Estate? Tempo di revisione, scrittura, riscrittura, lettura, riposo, osservazione?

Le ultime due estati le ho trascorse scrivendo: nel 2012 la biografia di Versace, dalla finestra entravano canicola e le urla dei tifosi che seguivano l’Italia agli Europei, l’anno scorso il libro su Valentino. Scrivere d’estate è un supplizio: la lucidità è messa a durissima prova dal caldo. Quest’anno, visto che sono usciti pochi mesi fa due libri (parto gemellare, Valentino e Burberry), mi sto concedendo la vacanza più lunga della mia vita. Ma, in realtà, sto raccogliendo interviste e informazioni per il mio prossimo libro. Sono nella fase più eccitante della stesura di un libro, quella in cui te lo “scrivi nella testa”, e sei impaziente di trovarti davanti al tuo computer per vedere che effetto fanno quelle parole evanescenti quando vengono messe nero su bianco.

 

Assoceresti una stagione ad ogni libro che ha scritto?

La biografia di Gianni Versace, per via dell’entusiasmo tipico del personaggio, mi sembra perfetta per l’estate: i numerosi riferimenti al mare della Calabria, a Miami, alla seduzione della sua moda, non possono non essere apprezzati alle alte temperature. Quello su Valentino, invece, con tutti quei richiami al lusso, alla bellezza, all’eleganza, alle icone del cinema, lo sento particolarmente “natalizio” e quindi invernale: lo avverto come un dono avvolto in una carta luccicante, desiderabile come tutti i regali ancora da scartare. Nel libro su Burberry racconto la nascita del trench, il capo su cui si fonda la fortuna e la celebrità del brand, e del clima inglese che ne ha reso necessaria la creazione: la sua lettura si adagia perfettamente sull’autunno e sulle prime piogge che sanciscono la fine della stagione calda. Il mio primo libro su Versace, invece, è perfetto per tutte le stagioni, perché a quel volume sarò sempre affezionato in modo particolare. Peccato che non si trovi più in giro, è diventato una reliquia.

 

Il lettore estivo, quello che legge solo d’estate, è la rovina o la salvezza dell’editoria?

Visto il momento tragico che stiamo attraversando, qualsiasi lettore – sia esso estivo, invernale o di mezza stagione – è prezioso per l’editoria. I libri non li legge più nessuno, la gente è troppo impegnata a leggere gli affari altrui su Facebook. E il risultato si vede, anzi si sente.

 

Passeggi in spiaggia: trovi sotto un ombrellone il tuo libro ma il proprietario non c’è. Che fai?

Verrei preso da un attacco di vanità infinita e gli scriverei una dedica. Una roba di commovente modestia tipo “Ottima scelta, buona lettura! Tony di Corcia”. Se fossi il proprietario del libro penserei che, più che dallo scrittore, è stato firmato da un maniaco. In realtà, non sarei capace di fare granché. Mi è capitato di viaggiare di fronte a una persona che leggeva la mia biografia di Versace, in treno, e sono arrossito come se avesse avuto tra le mani delle mie foto di nudo. Lui non sapeva chi fossi, ovviamente, e deve aver pensato di viaggiare con uno psicopatico.

 

Consigli per il giusto drink da abbinare ai tuoi libri?

In questi giorni ho imparato a preparare uno spritz fenomenale. Pertanto, accompagnare la lettura di uno dei miei libri – ma anche di un altro va bene, ci mancherebbe – con uno spritz alla giusta temperatura mi sembra un’ottima maniera per leggere e rilassarsi.

 

I tuoi libri sono dedicati alla moda e ai suoi principi. L’estate è la stagione in cui si assiste agli scempi di più crudele efferatezza verso il buon gusto. Un consiglio per lui e per lei da evitare come la peste?

La lista degli orrori che si compiono d’estate è talmente lunga che non saprei da dove cominciare. Credo che vestirsi tenendo conto delle proprie caratteristiche fisiche e, soprattutto, della propria età anagrafica sia un ottimo modo per evitare di risultare ridicoli, tanto d’estate quanto d’inverno.

 

Abbronzarsi prima era visto come estremamente volgare perché era segno di bisogno di lavorare, magari i campi, per poter vivere, quindi era chic essere più pallidi possibile. Ora si cerca di diventare più marroni possibile per dimostrare di essere stati molto tempo in vacanza. Qual è un segno di stile che resisterà per sempre alla prova del tempo?

La moderazione, che resta la più limpida espressione di stile possibile: in tutto, anche nella tintarella. Io sono bruno ma ho una pelle da tedesco, non mi abbronzo nemmeno dipingendomi di marrone e mi arrosso assumendo un colorito da Oktoberfest. Pertanto, con l’abbronzatura ho un rapporto alquanto complicato. Ma non la vivo come una tragedia: detesto il caldo, credo che si sia capito, e mettermi al sole è una garanzia per vedermi dare di matto. Della moderazione, dicevo: in fondo, l’abbronzatura è come un abito che indossiamo per diverse settimane, anche dopo l’estate. Dunque, un colorito sano e luminoso risulterà sempre donante, molto meno quella tonalità che fa somigliare certe persone a una vecchia borsa di cuoio. È vero, i canoni estetici cambiano. Se mia nonna Carmela avesse avuto vent’anni oggi sarebbe stata fighissima: magrissima, abbronzata, vestita di nero. Appunto, lei aveva quell’aspetto perché zappava la terra.

 

Il tuo prossimo libro a chi o cosa sarà dedicato?

Posso solo dire che si tratta, anche questa volta, di una biografia: sono la grande fabbrica delle resurrezioni umane. Ma non parlerò di moda, perché il mondo che le gira intorno mi ha stufato. Racconterò una storia d’amore, tra due personaggi estremamente affascinanti. Una storia tutt’altro che banale, perché tali non erano i protagonisti. Se verrà fuori così come lo sto immaginando, sarà il libro più bello che ho scritto. Per il momento, ovviamente.

Intervista a cura di Adelmo Monachese

Foto di Tommaso Abatescianni/ClackPhoto

Immagini e rielaborazione foto Andrea Garofalo

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