lunedì , 25 settembre 2017
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Prosegue il magico viaggio ungarettiano in terra Dauna

« le sue case, per le porte sormontate dalla finestra a balconcino, a questa distanza le diresti una greca che coroni il monte ».
Ci troviamo a Monte Sant’Angelo, paese dell’Arcangelo Michele, che apparse in una grotta; un luogo il cui significato esoterico si perde nella notte dei tempi, affascinando Templari e Normanni.
« l’apparizione garganica abbagliò tutta l’Europa. Perché stupirsi che i Normanni, tornando dai Luoghi Santi, salissero il Monte per acclamarla? ».
La grotta dell’Arcangelo è custodita nella basilica di San Michele. La discesa nella “caverna” è raccontata con forte suggestione: “Entriamo. Attraversiamo una navata gotica. C’inoltriamo. Ci rinveniamo poi affondati nell’antro. Il luogo è umido, e in mezzo all’oscurità a poco a poco si rivela una statua corazzata d’oro, attorniata da un tremolare di lucette di candele. E’ l’Angelo! […]. Mi fermo dove l’oscurità è più densa. Ecco, sono bene a contatto ora della natura cruda. Caverna: luogo d’armenti, e d’angeli dunque: luogo d’apparizioni e d’oracoli. Ma forse c’è anche stato in questo cuore della terra un uomo anteriore ai terrori, vicino alla sua origine divina: profetico fantasma di sé, del suo penoso incivilirsi”.

A pochi metri da essa il poeta scorge la tomba di Rotari. Si tratta di una liscia facciata settecentesca, la Chiesa di San Pietro, il cui interno custodisce il Battistero di San Giovanni in Tumba, noto come “Tomba di Rotari”; come l’erroneo nome lascerebbe supporre, non è un sepolcro ma è un battistero. Di pregevole fattura sono i bassorilievi che si trovano all’ingresso, raffiguranti la “Cattura di Gesù”, la “Deposizione”, le “Marie al sepolcro” e l’“Ascensione”. L’appellativo è dovuto all’errata interpretazione del nome del costruttore e del vocabolo “tumba” (cupola). Nonostante abbia subito una serie di rimaneggiamenti, rimane una delle più belle manifestazioni di arte romanica-pugliese.
Il poeta, affacciandosi dal “balcone del Gargano”, è colpito dall’affascinante spettacolo del Tavoliere, spalancato giù in basso:
« Dall’alto, così muoversi a perdita d’occhio, non avevo mai visto il grano giovane. Soggiace appena al suo alito in fiore; ma è un alito immenso, un alito di felicità finalmente palese, davvero da terra risorta. Un alito di Pasqua, davvero di terra finalmente di luce. Calando dai monti portando all’infinito in palma di mano, è stamani il Tavoliere d’una freschezza e d’una felicità… ».
Così evoca il volo dell’Arcangelo Michele, che “venne a posarsi su questo monte” venendoli dietro “tutte quelle case bianche che vedete, che s’arrampicano l’una dietro l’altra piene di 20.000 Cristiani, sormontate da fitti comignoli lunghi lunghi, che formano una strana roccia con mille feritoie per farci il nido”, “dal quinto secolo in qua, gli è venuta dietro questa città di Montesantangelo, brulicante a 900  metri sul Gargano”;
« Quando t’apparirà da lontano l’arco ogivale di Porta Troia e vedrai, in un volgersi immenso di solitudine, Lucera, dal chiarore infinito del grano, balzata sui suoi tre poggi ».

Nella città federiciana di Lucera lo sguardo del poeta si posa prima sulla parte sacra della città, rappresentata dal Duomo di Santa Maria. Il Duomo, nato dalle ceneri della moschea principale della Lucera saracena, è come “fermo su una terra a onde”, suscitando un senso di potenza: “la mole fa da sporgenza a sporgenza effetto di galoppare tra altissimi agguati: è un’elegante mole con una nonnulla di calligrafico, pericolosa e anche serena, […] sorta sotto il più largo cielo del mondo sulle rovine fumanti d’una moschea”).
Esaltando la figura emblematica del Puer Apuliae, l’occhio si sposta sulla Lucera laica ed imperiale, rappresentata dalla straordinaria dimora dell’imperatore, il Palatium, di cui “non è rimasto se non un enorme slancio di pietre come una cappa sbranata che sta su per miracolo; se non un movimento raccapricciante di pietre […]. D’una residenza che dovette essere una delle meraviglie del mondo a giudicare da Castel del Monte, questo rimane… Ma come nascenti da questo bellissimo rudere, ecco dal Belvedere vedrai che là in cima si svolgono, invece della Cittadella araba, i 900 metri di cinta della fortezza alzata dal Nasuto. È come una corona posata, e da questo punto sembra che basterebbe un venticello a smuoverla. Salirai. La vedrai nelle sue pietre sbiadite, d’un rosso e d’un giallo quasi bianchi, mossa e annodata nella sua quadratura da ventidue torri poligonali, e dal Leone e la Leonessa, moli cilindriche altissime e grosse d’una vertigine unica sulla ripidità della scarpa […]. Entrerai nella fortezza: nessuna rovina produce un maggior effetto di ampiezza disabitata, di piazza morta e senza confine”.

Il Palatium era un edificio a quattro ali su tre livelli, in forma di torre, posto sul basamento troncopiramidale, visibile ancor oggi tra le mura della cinta angioina. L’interno si articolava intorno ad un cortile quadrato che all’altezza del secondo piano si trasformava in ottagono. All’apparenza una torre abitabile, in realtà è un palazzo-torre, sapiente fusione tra torre normanna e palazzo aperto islamico, a metà strada tra esigenze di fortificazione e difesa e necessità di rappresentanza e comfort residenziale, tanto alto da sovrastare alla città di Lucera e dominare i confini di un esteso territorio (Stefania Mola, 2002). Nel palazzo vi erano le stanze dell’imperatore, di re Corrado, del marchese Oddo e di Giovanni Moro, nelle quali era custodita una gran quantità d’oro e d’argento, vesti, pietre preziose ed armi.
Dopo una breve escursione verso Canosa e la Via Traina, il percorso del poeta si chiude nella città di Foggia con la visione del Piano delle fosse, che descrive come una “Piazza ovale che non finisce più, d’una strana potenza. E’ tutta sparsa di gobbe, sconvolta, secca, accecante di polvere […]”, e continua “Altro che grotta di Ali Baba. Ho visto cose antiche, nessuna m’è sembrata più antica di questa, e non solo perché forse il Paino c’era prima di Foggia stessa, come fa credere la curiosa analogia fra “Foggia” e “fossa”, ma questo alveare sotterraneo colmo di grano mi riconduce a tempi patriarcali, quando sopraggiungeva un arcangelo a mostrare a un uomo un’incredibile crescere e moltiplicarsi di figli e di beni”.
Tanto è il sentimento che il luogo ha suscitato nell’animo del poeta, che conclude con questa frase: “nessun luogo avrebbe più diritto d’essere dichiarato Monumento Nazionale”.
Un viaggio attraverso lo splendore della nostra terra, catturando gli elementi e i colori che la caratterizzano. Un viaggio ricolmo di sentimenti e di passione. Un regalo della Daunia al poeta e a tutti coloro vogliano aprirsi alle sue bellezze.
Daunia Stupor Mundi spera di avervi fatto sognare attraverso gli occhi di Ungaretti e, soprattutto, di aver risvegliato in voi emozioni, che in noi hanno preso il volo.

Bibliografia di riferimento
Grassi D. (2006). La Capitanata Anno XLIV (2006) – Numero 2006;
Paglia L. (2005). Il viaggio ungarettiano nel tempo e nello spazio. Le prose daunie di Giuseppe Ungaretti, Foggia, Claudio Grenzi,;
Paglia L. (2003). L’urlo e lo stupore. Lettura di Ungaretti. L’Allegria, con una testimonianza di Mario Luzi, Firenze, Le Monnier, 2003
Ungaretti G. Vita di un uomo, viaggi e lezioni. Il tavoliere. Fontane, Foggia, il 20 Febbraio 1934
Mola S. (2002). Il Palatium di Federico II. www.stupormundi.it

Daunia Stupor Mundi

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