mercoledì , 16 agosto 2017
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“Prima di morire voglio…” – street art dei desideri

«Prima di morire voglio…»: cantare per milioni di persone, vedere mia sorella laureata, mangiare un piatto d’insalata con un alieno, osservare le foglie che cambiano colore molte volte, cucinare un soufflè, vedere come sarò da vecchio, ballare il tango, dire a mia madre che le voglio bene, fare l’amore con lei ancora una volta, dimagrire, mangiare tacos e caramelle fino a starne male, rappacificarmi con me stessa…

La domanda: Before I die I want…, ovvero Prima di morire voglio…. (forse) ce la siamo fatta tutti. E ci siamo dati una (o molte) risposte.

Lei, Candy Chang – artista designer, urban planner nata a Taiwan ma con studi e vita negli Stati Uniti e un grande sogno, quello di far diventare le città più vivibili – l’ha scritta sui muri di un edificio abbandonato con tanti puntini di sospensione. Su quei puntini i cittadini hanno aggiunto con un gesso i loro desideri. Il risultato: un’enorme installazione con migliaia di risposte sul senso della vita.

Il progetto è nato un anno fa circa a New Orleans sui muri di una casa semi-distrutta e abbandonata dopo l’uragano Katrina. Oggi è sui muri di Amsterdam, Portsmouth, Querétaro in Messico, Almaty, in Kazakhstan, San Diego, Brooklyn a New York, Montreal, Lisbona e Londra ed è in continua crescita.

«Siamo arrivati in sette nazioni, abbiamo scritto sui muri di 12 edifici e raccolto oltre 25mila frasi» spiega Candy Chang a Marie Claire.

Ma come è nata l’idea? «Due anni fa ho perso una persona che avevo molto amato, una sorta di seconda mamma, e questo mi ha cambiato per sempre – racconta la Chang, fondatrice di uno studio creativo, il Civic Center, di New Orleans, specializzato in steet art e progetti di condivisione e rivalutazione urbana, considerata da Oprah Winfrey non solo un’artista ma anche un’attivista sociale – In quel periodo lavoravo all’estero, a Helsinki in Finlandia. Il mio dolore mi ha avvicinato molto a un amico che aveva perso il padre e a una collega cui era morto un figlio piccolo: ho sperimentato in un tempo ristretto la caducità della nostra esistenza. E così quando sono tornata a New Orleans ho “inventato” il progetto: volevo condividere il senso della morte in una spazio urbano, uno spazio di tutti e per tutti. E New Orleans, che ha un’architettura tra le più belle al mondo ma anche una delle più alte percentuali di edifici abbandonati, era il miglior palcoscenico. Così ho scelto una piccola casa abbandonata vicino a dove vivo. Ho chiesto l’autorizzazione e…».

È stato esplosivo. Sono bastate poche ore e il primo muro della casa era stracolmo di risposte.

«All’inizio i passanti erano titubanti, imbarazzati, alcuni anche preoccupati che ci fosse una sorta di Candid Camera. Poi è stato come un fiume in pena.- prosegue la Chang raccontando la prima esperienza del progetto Before I die di New Orleans – La verità è che non abbiamo molti spazi e opportunità dove scrivere i nostri pensieri. E dare a qualcuno questa opportunità vuol dire permettergli di condividere idee, piccole e grandi. Pensare alla morte significa concepire la vita, ricordarsi perché viviamo, apprezzare ciò che abbiamo, comprendere quali sono le nostre priorità, ma anche sognare, desiderare, fantasticare. Che poi anche questo è vivere.

La street art ha il potere di connettere le persone in uno spazio ben definito, di catturare la loro attenzione. Spero dunque che il progetto continui (ne abbiamo già raggiunge sette e ne abbiamo in programmazione altre 20 città) non solo sui muri, ma alla fermate dei mezzi pubblici, sulle strade, sulle panchine dei parchi. Insomma negli spazi pubblici dove è possibile condividerli».

La Chang ora spera di raccogliere tutto il materiale scritto in giro per il mondo e farne un libro che dovrebbe uscire il prossimo anno.

E in Italia? «Per ora non c’è ancora un progetto analogo. Ma abbiamo realizzato un kit che si trova sul sito del centro che può essere utile per chi vuole realizzare il progetto. Lo stiamo anche traducendo in molte lingue: russo, portoghese, spagnolo, francese…Spero di vedere presto un edificio italiano disposto a ospitare un’installazione simile».

FONTE

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