giovedì , 17 agosto 2017
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Pensierini su una bella giornata d’estate

 di Stefano Trucco

concordia

Alla fine cedo. Sì, vado anch’io. L’occasione sociale dell’anno, qui a Genova, una città talmente depressa da considerare una buona notizia il fatto che ci portino una nave danneggiata da demolire. La Grande Metafora, il cui progresso abbiamo potuto seguire minuto per minuto in tivù e online, sta finalmente per entrare nel porto di Voltri.

Genova, non so se lo sapete, è una città molto lunga e polpesca, con un grosso corpo centrale ruvido e grigiastro e braccia sottili che si allungano in tutte le direzioni, lungo la costa e le valli. Voltri è proprio all’estremità del tentacolo di ponente e ci si arriva comodamente in treno. Io abito più verso Levante ma ho una piccola stazione proprio vicino a casa, Sturla. Mezz’ora di viaggio, gratis perché c’è il biglietto integrato con gli autobus.

E’ domenica e, una volta tanto, fa bello. Il treno sarebbe pieno comunque ma oggi c’è molta più gente, tanto che molti devono rimanere in piedi. Ecco, evita di fare della morale sul turismo della catastrofe e sul guardonismo morboso di quelli che vanno a vedere i luoghi degli omicidi perché è esattamente quello che stai facendo. Hai pure lo smartphone per le immagini che posterai su Twitter. Davvero, evita. No, dire che Adelmo t’ha chiesto di scrivere qualcosa per il suo blog non basta, potevi rifiutare. Ma è un amico! Piantala. La verità è che sei curioso.

Ok, sono curioso. Da quel 13 gennaio 2012 in cui urtò l’isola del Giglio la Costa Concordia ha interpretato magistralmente il ruolo di Grande Metafora del Declino Nazionale, tanto da guadagnarsi un prestigioso cameo nel film ‘La Grande Bellezza’, in cui interpreta se stessa. In quelle prime settimane di governo di Mario Monti, in piena crisi finanziaria, era fin troppo ovvio adoperare la Concordia come metafora politica di una nazione portata al disastro da un uomo solo, Silvio Berlusconi, inetto, puttaniere e ridanciano come il capitano Schettino. Una tentazione a cui era davvero difficile resistere e infatti non s’è resistito. ‘Torni a bordo, cazzo!’ e tutti ci sentimmo più giusti e buoni. L’ondata d’odio verso Schettino era stata sincera e autocompiaciuta come tutte le ondate d’odio digitali cui ormai siamo abituati: personalmente mi sarebbe piaciuto poterlo difendere ma, ammettiamolo, il personaggio è indifendibile e il massimo che si possa dire è che non fu l’unico colpevole. Né, d’altra parte, uno poteva indignarsi a sua volta più di tanto per i superstiti (alcuni falsi) che per settimane ingolfarono le trasmissioni pomeridiane come quella della Barbara D’Urso: il trauma era stato autentico e che diritto avevi di criticare quelli che cercavano almeno di capitalizzarci su qualcosa?

E se proprio la Grande Metafora del Declino Nazionale ti dava fastidio e volevi fare la morale ai moralisti potevi ricordare in tono sommesso che erano morte 32 persone, che non so quanto sarebbero state contente di diventare una mossa retorica da talk show o Facebook. Insomma, erano a disposizione pose morali per tutti, compresa quella del ‘non me ne frega nulla’ e ‘i veri problemi sono altri’.

(Dopo che l’operazione di traino s’era conclusa con successo, il capo della Protezione Civile, Gabrielli, s’è sfogato contro quelli che, secondo lui, avevano gufato sperando nel disastro. Aveva in mente soprattutto certi politici toscani che volevano portare la Concordia a Piombino ma secondo me un mucchio di gente sperava nel disastro per motivi del tutto onesti, il semplice piacere di sentirsi confermati nella certezza che in Italia tutto va male finché non ci liberiamo di questi politici o anche il noto fatto che una corsa di Formula 1 è più interessante se muore qualcuno).

In questi ultimi mesi al discorso metaforico-giudiziario s’è affiancato quello tecnico, prima con la riemersione e poi con il trasporto. Come quando alle Olimpiadi ci si incapriccia di uno sport nuovo e il giorno dopo siamo tutti esperti, così queste prodezze tecniche ci resero tutti ingegneri. Si poteva notare anche il tentativo, non solo governativo, di cambiare il senso della Grande Metafora del Declino Nazionale e di come noi italiani ci risolleviamo sempre dal disastro.

Intanto siamo arrivati a Voltri. La ferrovia è vicina alla costa e già da un po’ s’erano sentiti degli ‘Eccola!’. Arrivati in stazione scendiamo quasi tutti. Da lì non si vede niente, bisogna risalire al livello della strada dove infatti vediamo una folla che prende foto del relitto. Un tale parla ininterrottamente nel telefonino, una radiocronaca dettagliata per qualcuno che non è potuto venire, forse la moglie. Reprimo un moto di infastidita superbia e salgo le scale. Incontro un tale che conosco, venuto a vedere da Alessandria. Sento una coppia che parla con accento romagnolo: son venuti da fin laggiù? La folla è estiva ma rispettosa, nessuno urla o ride, sono tutti compresi nella parte. E’ una bella giornata e la malinconia è estiva, la malinconia in bermuda e infradito, la più marrone di tutte le malinconie.

Ed ecco, la vedo e l’impatto è immediatamente superiore a quel che mi aspettavo.

Anche se parzialmente coperta dai cassoni di galleggiamento la parete su cui la nave è rimasta coricata per un anno e mezzo è visibilmente ferita, curva e marrone. Una brutta ferita, di quelle da cui si volge lo sguardo.

Fin dalle origini abbiamo avuto l’abitudine, noi umani, di dare caratteri umani non solo agli animali ma anche a piante, monti e stelle. Più di recente abbiamo preso a farlo anche per le macchine. Quella parete marrone suscitava, almeno in me, immagini sgradevoli (no, veramente sgradevoli): la cicatrice che resta dopo che s’è dovuto asportare un seno per un tumore; l’amico che una volta giocando s’è rotta una gamba e abbiamo visto l’osso spuntare; le persone, un tempo numerose, senza un braccio o una gamba o un occhio; quel tale, visto una volta in treno, con un enorme gozzo che gli scendeva sul petto; certe foto inenarrabili viste per sbaglio su testi medici; anche solo l’immagine di un amico che non vedevamo da tempo e che incontriamo per caso rovinato dalla vita.

Sotto forma di creatura ferita e sfigurata la Costa Concordia smette di essere la Grande Metafora, almeno per me.

I 32 morti ora ritornano veramente, non sono solo un’immagine retorica. Ho lavorato quasi 10 anni all’Ufficio Decessi di Genova. Passavo le giornate, compresi sabati, domeniche e giorni festivi, a compilare atti di morte. Per non farmi prendere dalla depressione – il lavoro qualcuno deve farlo ed è bello avercelo, un lavoro – ho naturalmente sviluppato una pelle più spessa. Ma ora non ci lavoro più e la sensibilità, piano piano, ritorna.

‘E il modo ancor m’offende’. Poche cose mi fanno star male come le feste che finiscono male (per questo tendo a evitarle).

Penso a quella modestissima promessa di felicità che può dare una crociera, che immagino come divertimento per coppie di mezz’età fuori moda, un po’ alla David Foster Wallace. Immagino l’onore di mangiare al tavolo del capitano (Schettino!) che li avrebbe portati alla morte. Immagino quanti erano sul ponte e si indicavano il Giglio e salutavano e scattavano i flash. Immagino quanti hanno seguito gli ordini e si sono fatti coraggio a vicenda.

La maggior parte dei passeggeri s’è salvata, certo, e ora ha una storia da raccontare per il resto della vita. Come sempre in questi casi, la maggior parte delle persone hanno fatto del loro meglio per salvare gli altri e rendere meno tragico il disastro. Poteva andare molto peggio. Ma naturalmente…

Passeggio sulla spiaggia di Voltri, fra la gente che fa il bagno e guarda la Concordia lentamente trascinata verso il bacino dove verrà smantellata. Qualcuno si fa fotografare con la nave sullo sfondo e mentalmente lo condanno, dato che io non l’ho fatto. Una piccola condanna, una soltanto.

Mi avvio per tornare a casa e passo, come ogni volta che mi capita di andare a Voltri, da una piazzetta dove c’è una statua, un busto, di un uomo politico dimenticato, Giovanni Lerda (1853-1927), fra i fondatori del socialismo ligure. Un’ultima occasione per fare la morale, ripensando a un tempo in cui non si considerava ridicolo erigere una statua a un politico? No, è che sono affezionato alla scritta sul monumento, in cui il povero Lerda è definito: ‘Educatore e propulsore di folle’. ‘Si formano capannelli’, avrebbe detto Karl Kraus. Ma si formavano allora come oggi: il degrado morale è un’illusione, almeno quanto il progresso.

@StefaTrucco

foto Concordia 2 photo in mezzo

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