mercoledì , 13 dicembre 2017
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Lo Stato Batte la Mafia 35-31

Organizzazione di gioco, individualità e vivaio i motivi del successo.

stato-mafia

di Adelmo Monachese

Lo Stato ha battuto la mafia. Questa settimana. A Bagheria, feudo del Boss Bernardo Provenzano detto Binnu u’ tratturi per la sua violenza, le forze dell’ordine hanno azzerato il clan egemone con il fermo di 31 persone tra boss e gregari. Un’azione rilevante ma che diventa insignificante come i controlli che i vigili urbani fanno ai venditori ambulanti di dvd masterizzati, confronto a quello che sono stati capaci di combinare i rappresentanti dello Stato a Venezia, facendosi arrestare in 35 con 100 indagati intorno agli appalti del Mose, un’opera che ha bisogno di talmente tanti soldi pubblici che i bookmakers nemmeno quotavano la possibilità che non ne scaturissero tangenti. Lo Stato stravince, basta confrontare i capi d’imputazione: a Bagheria gli arrestati dovranno rispondere alle solite accuse di mafia, omicidio, sequestro di persona, estorsione, rapina, detenzione illecita di armi da fuoco e danni da incendio; per carità, reati che ancora hanno una loro estetica e fanno la loro figura al cinema e in tv ma quando senti che uomini democraticamente eletti o magistrati in Veneto sono accusati per corruzione, concussione e riciclaggio viene da chiedersi quando il Sud smetterà di pensare unicamente alla mano d’opera e si emanciperà come in Nord Est. I siculi vanno ancora a chiedere il pizzo al ristorante, in Veneto per spartirsi le mazzette al ristorante ci vanno a mangiare. Sull’appeal dei protagonisti non c’è partita: gli arresti siciliani offrono volti da agricoltori in tuta o con maglioni che farebbero schifo a Cliff Robinson. Tutt’altro vedere con i destinatari degli arresti a Venezia come il sindaco Orsoni, l’ideatore del Mose Mazzacurati, il magistrato Giuseppone, l’assessore regionale Renato Chisso, che anche se fossero colti sul cesso al momento dell’arresto si farebbero trovare con un outfit perfetto per i flash al taglio di un nastro. L’ex governatore del Veneto Galan, accusato di percepire una tangente in forma di stipendio annuo da un milione di euro, quando si è sollevato il polverone era alla festa romana della rivista Ciak che premiava i migliori film dell’anno, convinto di aver recitato bene la propria parte. Il presidente dell’Autorità Anticorruzione Cantone ha detto che la vicenda del Mose è ancora più inquietante e più grave di quella dell’ Expo, mostrandosi ingeneroso con chi sta lavorando senza sosta sull’evento milanese facendo una corsa contro il tempo per far lievitare il giro delle tangenti al livello d’ogni grande opera italiana.

 

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