giovedì , 19 luglio 2018
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Lo schifo che avete fatto con Messi

Messi non è un campione/Messi è sopravvalutato/Messi negli appuntamenti importanti scompare

Messi è forte solo nel Barcellona/Se non fosse per il Barcellona Messi non sarebbe niente/Anch’io con Xavi e Iniesta farei 50 goal all’anno

Il più forte è Cristiano Ronaldo/Ronaldo è migliorato e lui no/Ronaldo è un vero leader

Messi non è un leader come Maradona/Se Messi non vincerà il mondiale non rimarrà nella storia

MESSI E’ FINITO

Quando avete detto, scritto o condiviso una o più di una tra queste affermazioni – o qualche loro variante sul tema (es.: Messi non si sente argentino…) – ne eravate sinceramente convinti? O le dicevate con la stessa perfida convinzione con cui prendevate in giro la bambina che vi piaceva di più alle elementari? E nello scoccare frecce dalla punta così appuntinta verso l’animale (apparentemente) morente che tipo di soddisfazione avete ricevuto? Per rispondere clicca qui.

Nelle righe che seguono non verranno elencate tutte le statistiche accumulate da Messi per sconfessare le critiche su di lui, non verranno mostrati video o gif con i giocatori dentro coni di luce per spiegarvi come gli schemi che l’Argentina ha messo in campo non siano in grado di innescare la loro arma più efficace che si trascina mortificata per il campo con quel 10 sulle spalle che invece di segnalare al mondo la presenza dell’eletto, è sembrato una pesante croce posta sulle spalle di un profeta concesso in pasto alla pubblica piazza nella via verso il patibolo. Con nessuno dei suoi che lo abbia aiutato a rialzarsi, occupati come sono a salvare se stessi.

Nessuna disamina tecnico-tattica, perché qui non stiamo parlando di lui, ma di voi.

Del meschino piacere che ha una grossa fetta di pubblico nel vedere cadere il semi Dio, nel sentirsi rassicurati dal fatto che se fallisce il migliore, figuriamoci noi comuni mortali, ma nonostante questa rassicurante quanto umida coperta consolatoria dovremmo fare i conti con il fatto che il peggior fallimento di Messi resterà sempre e comunque un’impresa nemmeno lontanamente paragonabile al miglior successo di molti di noi. Primo: perché ci ha provato. Secondo: Messi non è nato Messi, sebbene la narrazione corrente contrappone un Messi-talento naturale, segnato dal destino, ad un Cristiano Ronaldo-emblema dell’uomo che nasce imperfetto ma che si erge lassù, fino all’Olimpo degli dei del calcio, grazie al sacrificio, la forza di volontà e l’abnegazione. Così ce la stanno raccontando e così a molti di noi piace sentirsela raccontare. Messi non è nato Messi, e non è certo stato un predestinato. Il destino di Messi, il solco che la vita aveva scelto per lui, era quello di un ragazzo con un grave deficit di funzionamento delle ghiandole responsabili all’interno del nostro organismo della produzione dell’ormone della crescita, che ne avrebbe compromesso la possibilità di una vita normale, facendolo vivere sul filo dell’invalidità o quanto meno di un senso di inferiorità ad accompagnarlo durante tutta la sua esistenza. E invece siamo qui a parlare, nel bene e nel male, della stella più luminosa del calcio mondiale. Adesso il trend che scorre più vigoroso è quello dell’esaltazione del perfezionismo di Cristiano Ronaldo, al quale vanno un’infinità di applausi e che, con tutti i meriti di questo mondo, può essere preso come fonte di ispirazione e motivazione per migliorarsi e dare sempre il meglio di sé in ogni situazione.

 

Se falliscono i migliori, figuriamoci noi comuni mortali

Ma nel pensare tutto ciò che di peggiore abbiamo detto di Messi dimentichiamo che stiamo parlando di un ragazzino di tredici anni che ha dovuto cambiare continente, attraversare l’oceano atlantico, e trasferirsi a 10.500 chilometri da casa sua per pagarsi la prosecuzione delle costose (e dolorose) cure a cui doveva sottoporsi per raggiungere una statura tale da potersi definire normale (gli dissero che poteva arrivare a 167 cm, è arrivato a 169), convincendo il Barcellona ad ingaggiarlo e farsi carico delle spese mediche che in Argentina nessuno poteva più assicurargli. Messi è tutt’ora quel ragazzino di tredici anni, anche adesso che ne ha compiuti 31 (in uno dei giorni successivi alla sconfitta con la Croazia e prima della sfida decisiva con la Nigeria, poi vinta grazie ad un suo goal e uno del difensore Rojo) perché quel ragazzino più basso, più leggero, più silenzioso ma più forte di tutti i suoi compagni di squadra, Messi se lo porta dentro ogni qual volta mette piede in campo.

E che come ogni tredicenne sarebbe rimasto volentieri a casa sua con la famiglia unita, se solo avesse potuto continuare a curarsi nel suo Paese. Questo vi pare il percorso di un predestinato? Uno che a tredici anni si è dovuto sentir dire da dirigenti e allenatori: “Le cure sono troppo costose, chi ci assicura che questa spesa poi si rivelerà poi vantaggiosa per noi? Ci sono tanti suoi coetanei altrettanto promettenti che sono in salute e non ci costano niente”. Tutto questo all’età in cui molti ragazzi ancora non sanno prepararsi la borsa per andare alla scuola calcio senza l’aiuto di un genitore.

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All’esame di psicologia della comunicazione la giovane e moderna docente che lasciava gli unici voti in blu sui nostri libretti ci spiegò che nel tempo libero le persone fanno essenzialmente due cose: proseguono le dinamiche della vita normale in cerca di conferme oppure cercano qualcosa che richieda un impegno che rappresenti l’opposto della vita quotidiana per “staccare”, esempio: un broker di borsa va a suonare la batteria col suo gruppo di amici musicisti e un suo collega invece va a pescare in solitudine. Uno dei modi più diffusi per impegnare il tempo libero è lo sport: praticarlo, seguirlo in televisione o dal vivo, leggerne, parlarne. E come lo facciamo, il modo in cui seguiamo i massimi esponenti degli sport che pratichiamo, seguiamo in tv o dal vivo dice molto di noi, molto di più di quello che noi stessi già consciamente avvertiamo.

Ed è anche per questo che è sorprendente come molti ultimamente si identifichino con tutto ciò che rappresenta Cristiano Ronaldo secondo lo storytelling dominante, abbandonando Messi in un angolo come un giocattolo reso difettoso dall’usura. E’ difficile cogliere il nesso tra noi comuni mortali e Ronaldo, emblema dell’insegnamento in base al quale con il continuo impegno, giorno dopo giorno, senza soste, senza concessioni e senza pause, si possa arrivare a qualsiasi risultato ci si metta in testa di raggiungere, abbinando – com’è scritto su tutte le scatole degli alimenti light – uno stile di vita attivo e una dieta sana ed equilibrata, che nel nostro caso significa non buttare l’abbonamento della palestra pagato in anticipo e non mangiare ogni giorno come se non ci fosse un domani, nel caso di Ronaldo allenamenti personalizzati in aggiunta a quelli di gruppo e un’attenzione al cibo tale da potersi definire un regime dittatoriale- alimentare. Eppure noi non siamo così, siamo tutta una sequenza di “da lunedì dieta”“da Settembre palestra”“voglio eliminare i carboidrati a cena”“Ho comprato le scarpe per andare a correre”…. e poi come trottole, giriamo belle tornite sempre sullo stesso punto. Niente di grave, nessun senso di colpa, per carità, nessuno ci ha chiesto di raggiungere i 33.6 km/h palla al piede sui 100 metri come Ronaldo*, magari solo vorremmo dimostrare ad amici e parenti e medico curante di essere in grado di saper mantenere i valori nella norma e non gravare troppo sulle nostre articolazioni.

Proprio per questi motivi tutti noi procrastinatori dovremmo essere più cinicamente inclini all’archetipo dell’argentino: talento naturale, istintivo, fa quello per cui è nato, in campo compie gli stessi di quando era bambino e giocava per le strade di Rosario. Perché la maggior parte delle scuse che usiamo le peschiamo proprio nel repertorio dell’immodificabile predestinazione, nel dna: non riusciamo a perdere nemmeno un etto non perché ogni scusa è buona per fare uno strappo alla regola, non dimagriamo perché “siamo fatti così” –  “è costituzione…”“non riesco a imparare questa cosa, è più forte di me”“la matematica non sarà mai il mio mestiere” – “non mi chiedere di cambiare, sono fatto cos씓chi nasce tondo non muore quadrato”“Io vado preso così, pregi e difetti”, ed è curioso che questa frase venga usata quasi esclusivamente quando l’argomento è un nostro difetto e mai un pregio, chi la pronuncia mette in chiaro una cosa: bisogna escludere ogni possibilità che nel corso della nostra vita si possa migliorare, evolversi, arrivare a 169 cm quando ci è stato detto che già 167 andavano bene.

Eppure la maggior parte dei pollici adesso puntano in alto solo quando sono rivolti verso il perfezionista Cristiano Ronaldo. Allora il motivo può essere solo uno: una forma pigra di catarsi, la delega. Rimaniamo stupiti quando leggiamo che il campione del Real Madrid fa migliaia di addominali ogni giorno così possiamo evitare di farli noi, mettiamola così che forse è più chiara: lo veneriamo perchè si è offerto in sacrificio per noi e per i nostri peccati… di gola. Tifiamo per lui così ci sentiamo parte dei suoi successi raggiunti tramite il suo ossessivo culto del lavoro; giriamo poi il pollice verso il basso, risollevando il nostro ego, nel gustarci i fallimenti del predestinato Messi perché lui “è fatto così” e oltre un certo punto non ce la fa proprio ad andare, proprio come noi!

Il numero 10 dell’Argentina e il 7 del Portogallo durante la fase e gironi del mondiale di Russia si sono entrambi fatti parare un calcio di rigore contro la squadra più debole del loro raggruppamento, ma hanno ricevuto reazioni molto diverse. Sintetizzando al massimo: Messi lo ha sbagliato perché è un giocatore finito, Ronaldo per la troppa spavalderia.

Messi e Ronaldo, un rigore sbagliato a testa con Islanda e Iran

Certo, oltre a quella dell’errore dal dischetto hanno giocato anche altre due partite ciascuno fino ad ora condotte molto diversamente – ma anche le loro squadre, i loro allenatori, le rispettive tifoserie e i media – ma un errore del genere in comune tra i due potrebbe servire, forse, a ricordarci che se invece di analizzare e mettere a confronto le loro prestazioni in modo miope e compulsivo ogni 90 minuti lo facessimo sulla distanza di, almeno, 270 minuti, le differenze non sarebbero così appariscenti e, sempre forse, impareremmo ad analizzare i diversi contesti. Perché se Per CR7 in Portogallo il limite è il cielo e più nessuno ormai è sopra di lui, per Messi il limite è molto più in basso, si ferma al metro. Al metro di paragone con Maradona. Saltando a piè pari l’elegia del passato calcistico di Maradona, veniamo direttamente a ciò che Maradona è oggi: un patetico ciccione cocainomane vittima della sua vanità che raccatta visibilità autonominandosi protettore di questa nazionale e “tutore” di Messi, vampirizzandone la benevolenza mediatica, sottraendogli i riflettori e fungendo da inibitore della crescita carismatica. In questo caso però non c’è un ormone da produrre, ma una sanguisuga da uccidere metaforicamente e Messi non vuole, non vuole fare questo ai suoi connazionali, e quindi porta con sé questa sanguisuga che si nutre della stessa ammirazione che ha per lui dall’inizio della sua carriera e lo abbandonerà solo quando questa terminerà, per trovare il nuovo titolare della maglia numero 10 albiceleste a cui attaccarsi.

Quello che probabilmente è stato il migliore calciatore di tutti i tempi sostiene Messi per auto incensarsi e mandare questo messaggio disperato: “Vedete come sono generoso e sportivo nel sostenere il mio erede, chiedendo anche a voi di farlo? Vedete come sono rimasto umile? Come si fa a non amarmi? Non dimenticatevi mai di me e continuate ad amarvi, vi prego!”.

In realtà Messi non ha dalla sua parte un alleato ma un collega di lavoro che nonostante sia andato in pensione con disonore molti anni fa, continua a recarsi in ufficio a dire a chi manda avanti la baracca come vanno fatte le cose, con i suoi continui “Ai miei tempi…”. Quello di Maradona è un sostegno velenoso che lui infonde da tempo al suo paese a piccole dosi, edulcorandolo con i suoi modi zuccherosi. Ma è anche capace di aumentare il quantitativo di veleno in pochi istanti e in maniera letale quando qualcuno fa notare che il Re è nudo. Il caso Icardi. Risultato? Maradona è in Russia (in tribuna vip e sempre a favore di obiettivo), Icardi no. Maradona si agita e si sventola in piedi per ricordare che “Messi è un poster, Maradona una bandiera” come affermò lo scrittore argentino Hugo Asch**.

Una presenza ingombrante, subdola e sottile, un’ombra che non fa maturare i frutti che crescono nella sua terra al Sol de Mayo posto al centro nella bandiera argentina ma che Maradona ha oscurato facendo quello che ha fatto con Messi con altri prima di lui, in modi diversi ma assicurandosi sempre lo stesso risultato: sopravvivere a tutti loro: Riquelme, Veron, D’Alessandro, Aimar, Saviola, Pastore ed altri ancora. Tutti con una carriera di alto livello, ma che hanno lasciato quella sensazione che se si fossero sentiti più liberi da paragoni e quella intoccabile e ingombrante presenza, avrebbero potuto fare molto di più.

Allora perché infierire su una persona così? Perché accusare Messi di preferire certi compagni di squadra ad altri quando noi stessi quando organizziamo delle ridicole partite di calcetto facciamo carte false per avere in squadra con noi un compagno piuttosto che un altro? Perché per noi va bene e invece il più forte del mondo non può esprimere delle preferenze (sempre ammesso che avvenga sul serio)?

Nonostante ciò, a prescindere dai loro punti di partenza, indifferentemente da come andrà a finire, senza sapere chi tra Messi e Ronaldo imboccherà prima la parabola discendente e con quanta dignità la percorrerà, la Storia delle storie ci insegna incontrovertibilmente una cosa, in modo non contestabile come solo la narrativa può fare: Messi è l’eroe, Ronaldo l’antagonista. E rimarrà sempre così.

Articolo di Adelmo Monachese

*dati Fifa

**affermazione contenuta all’interno di un articolo dal titolo Messi, lo straniero. Episodio riportato all’interno del libro: Pulce, di Guillem Balague (Pickwick editore)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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