martedì , 26 settembre 2017
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La rivolta sanseverese del 23 Marzo 1950

Il nostro è stato un popolo di persone semplici ma con la dignità di non mostrare il volto della rassegnazione. Un momento epico, ai più oggi sconosciuto, che si rifà a tale principio fu sicuramente la rivolta del 23 Marzo 1950 a San Severo.

Prima di citare i fatti è opportuno contestualizzare l’accaduto.
Si veniva fuori dalla II guerra mondiale ed il meridione d’Italia aveva subito notevoli perdite e distruzioni. Inoltre, il sistema economico, prettamente agricolo fondato sul latifondo e su una classe di braccianti che chiedeva lavoro “alla giornata”, era al collasso. A quei tempi in nome del cerignolano Giuseppe Di Vittorio (eletto il 4 giugno del 1949, Segretario della Federazione Mondiale dei Sindacati), diveniva sempre più conosciuto, a tal punto che le folle di contadini partecipavano in massa ai suoi comizi. I risultati delle elezioni sancirono, come ben noto, la vittoria assoluta della Democrazia Cristiana, a cui fu affidato il compito di guidare il processo di ricostruzione del Paese, ed occuparsi della piaga della disoccupazione. Tra le cose più discutibili attuate dalla DC ci fu la creazione da parte del Ministro degli Interni, Mario Scelba, di un corpo speciale antisommossa di polizia chiamato la “Celere”, questi svolgevano un ruolo primario nella repressione delle lotte bracciantili e operaie. Le disposizioni del ministro nei confronti dei dirigenti delle varie Camere del Lavoro erano severissime.
Nel frattempo, fra queste incertezze politiche e sociali, si susseguivano i fatti di sangue contro braccianti e operai. A seguito di ciò venne proclamato dalla CGIL lo sciopero generale per il 22 Marzo, fissato dalle ore 6 alle 18 secondo un diritto sancito e garantito dall’art. 40 della Costituzione.

In San Severo, ai tempi a maggioranza comunista, era diffusa una profonda e inquieta aria di malessere dovuta sia alle basse paghe sia alla presenza di grossi latifondi in mano a poche famiglie.
Il 22 marzo, dunque, anche la Camera del Lavoro di San Severo aderì in massa allo sciopero generale. Il Segretario della Camera del Lavoro, Carmine Cannelonga, diede il via alla manifestazione, invitando però i presenti all’autocontrollo e al senso di responsabilità. Si svolse, dunque, fino a mezzogiorno un corteo non autorizzato ma comunque ordinato e senza incidenti. La polizia si tenne in disparte.
Nel pomeriggio circolò la notizia che durante un’analoga manifestazione a Parma si erano verificati incidenti gravi con l’uccisione di un operaio. Questo infervorò gli animi dei braccianti, degli organi di partito e dei sindacati, tanto da promulgare lo sciopero per il giorno successivo. I dirigenti locali, specialmente Carmine Cannelonga e Matteo D’Onofrio, avevano esternato una certa perplessità rispetto a tale decisione imposta dai dirigenti provinciali. Dopo un’accesa discussione Carmine Cannelonga prese atto delle decisioni foggiane e promulgo lo sciopero anche al giorno successivo. Durante la notte del 23 marzo si cercò di preparare il tutto, predisponendo dei posti di blocco (senza, però, ostruzioni o sbarramenti di strade) lungo le vie di accesso alla Città. Il Commissario locale di P.S., il dr. Gaetano Ricciardi, chiese rinforzi alla Questura di Foggia, da dove partirono 70 agenti al comando di Gioacchino Ventura.
Dalle ore 5.00 alle ore 7.00, su ordine del Commissario dr. Ricciardi e del Capitano della locale Stazione dei Carabinieri dr. Mollo, si provvide a smantellare i posti di blocco arrestando i più resistenti. L’atmosfera, intanto, si andava surriscaldando. Furono ricostituiti i posti di blocco, mentre le vie di San Severo andavano riempiendosi di braccianti, donne e bambini, e s’imponeva ai negozi di chiudere i battenti. Verso le ore 7.30 un gruppo di scioperanti ordinò la chiusura della macelleria di Francesco Schingo, nella quale tre agenti di P.S. stavano effettuando la loro spesa. Questi ultimi cercarono di impedirne la chiusura, ma finirono con l’essere aggrediti e disarmati. Uno di questi, svincolandosi dalla presa della gente, entrò nella macelleria, afferrò un coltello e lo lanciò sulla folla, ferendo tre lavoratori. Nel frattempo sopraggiunsero altri agenti di P.S., che tentarono di prelevare i loro malcapitati colleghi. Ad essi, però, non fu concessa alcuna reazione, anzi vennero costretti a retrocedere. Intanto cominciavano a udirsi i primi spari dai tetti con la conseguente paura sia per chi stava in strada sia per chi decise di rimanere in casa. Quattro, fra poliziotti, agenti di custodia e un vigile urbano furono disarmati.
Cannelonga e Ferrara (dei PSI) e l’assessore Giuseppe Cellini, intuendo il peggio, allo scopo di concordare uno sblocco della situazione ed evitare così prevedibili drammatiche conseguenze, si recarono alla caserma dei carabinieri, dove vennero arrestati e pestati. I fatti ormai stavano sfuggendo al controllo di ogni ragionevolezza. Alcuni scioperanti assalirono le armerie di Matteo Sansone e Cosimo Santoro, dalle quali sottrassero fucili, pistole e cartucce. Nel frattempo, mentre si andavano rafforzando i posti di blocco con carri rovesciati, per le strade si eressero barricate (con tronchi d’albero, lamiere…), tutte presidiate da lavoratori armati di fucili, pistole, mazze, pietre e zappe. Polizia e carabinieri si asserragliarono presso la locale caserma. Intanto da Foggia ancora nessun rinforzo fino alle ore 10.30 e, quando finalmente giunsero, furono costretti a fermarsi a Porta Foggia. Nel frattempo le forze dell’ordine tentarono di rompere l’assedio dei dimostranti, ma inutilmente. Alcuni agenti di P.S. entrarono lo stesso in Città, ma attraverso la campagna.
Dopo mezzogiorno, sempre da Foggia, arrivò, fermandosi all’altezza del macello, un’autocolonna composta da una Batteria del 14° Reggimento Artiglieri (150 uomini), da agenti di P.S. (150 uomini) e da una Sezione di carri armati (nel numero di 4). A questo punto non fu difficile rimuovere gli sbarramenti e fiaccare così la resistenza degli scioperanti. Rapidamente l’autocolonna si diresse verso le sedi del PCI (allora in Corso Gramsci) e della CGIL: qui trovarono e arrestarono una settantina di persone (tranne i ragazzi), vennero messi a soqquadro i locali, rinvennero e sequestrarono denaro, qualche fucile, tre bombe e alcune mazze. Certamente si sparava da alcune parti, ma non era una guerra: quanti morti si sarebbero contati se fosse stato così. Gli arrestati, nel frattempo, scortati dai carri armati furono trasferiti al carcere di Lucera. A sera, sul tardi, ritornò finalmente la calma.
Il triste bilancio di quella terribile giornata fu di un morto (Michele Di Nunzio, di 33 anni, padre di 4 bambini) e 40 feriti (tra i quali 25 lavoratori e un ragazzino di 10 anni).
Il giorno dopo, il 24 marzo, il sen. Allegato, tornato repentinamente da Roma dopo essere messo a conoscenza dell’accaduto, si recò in Prefettura con i nomi dei militanti del MSI in possesso di armi, indicando in essi i veri provocatori della situazione.
I dirigenti locali più coinvolti nella vicenda erano Carmine Cannelonga, Matteo D’Onofrio, Antonio Berardi (Segretario della IV sezione del PCI) e l’avv. Erminio Colaneri.
Il 3 aprile 1950 il rapporto dei carabinieri fu inviato di competenza, per la fase istruttoria, alla Procura di Foggia.
I quattro dirigenti su indicati rientravano fra quelli punibili in base all’art. 284 che prevedeva la pena capitale (tramutata da un’altro articolo in ergastolo) per chi dirigeva le insurrezioni.
Dalla Procura di Foggia venne confermata l’ipotesi di reato di insurrezione armata e la Corte di Bari, confermò la tesi dell’insurrezione, respingendo la posizione del Pubblico Ministero che propendeva per “concorso in violenza e resistenza alla forza pubblica”.
Il 5 aprile 1952, dopo 62 udienze e 17 ore di discussione in Camera di Consiglio, la Corte emetteva la sentenza di assoluzione per Cannelonga, Colaneri, D’Onofrio e Berardi; 49 venivano condannati a pene varie per reati minori; rimanevano in carcere 12 imputati su 110.
Usciti dal carcere lucerino, gli ex detenuti assolti, preceduti da motociclisti appositamente giunti da San Severo, arrivarono in Città con due pullman e furono accolti da una folla entusiasta e festante.
Così terminò quella triste vicenda. Giustamente, nell’intervista rilasciata a Raffaele Iacovino, Matteo D’Onofrio precisava: “Non eravamo eroi, ma solo povera gente fra gente come noi”.

Daunia Stupor Mundi vi invita a leggere lo scritto completo di N. Michele Campanozzi (www.campanozzi.netsons.org) da cui e stato tratto questo testo, ed in occasione del XIV anniversario, pur condannando tutti gli episodi di violenza, vuole ricordare gli uomini e le donne che in tutte le epoche hanno lottato e lottano con dignità per i diritti e per la nostra terra.

Bibliografia di riferimento
Campanozzi N. M.(2007). 23 marzo 1950: Una pagina epica nella storia di San Severo. http://campanozzi.netsons.org.
Facchini A. e. Iacovino R. (1982). Proletariato Agricolo e Movimento Bracciantile in Capitanata- 1861/1950, Lacaita Editore, Manduria.
Facchini A. e. Iacovino R (1989). Leone Mucci. Capone Editore.
Iacovino R. (1977). 23 marzo 1950. San Severo si ribella, Milano, Teti editore.
Santelli M. T. (2006). Le compagne del 23 marzo 1950 a San Severo. www.bibliotecaprovinciale.foggia.it/capitanata/2006/2006pdf/2006_20_243-251_Santelli.pdf

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