giovedì , 17 agosto 2017
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La moda è morta, i modaioli no

di Tony di Corcia

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“Madonnaaaaaa! Madonnaaaaa!”

Urlano con la disperazione di chi chiede aiuto, si accalcano affranti sull’automobile, si incollano ai finestrini oscurati con la speranza di cogliere un contorno, un profilo, un movimento della loro icona.

Il tam tam che si è andato amplificando sui social network ha generato in mezza Italia e in tutta Milano la convinzione che Madonna avrebbe presenziato alla sfilata di Donatella Versace. Sebbene non esistesse alcuna comunicazione ufficiale, i fans italiani hanno riconosciuto un altissimo pregio probatorio al risultato dell’addizione di due circostanze: la diva sarebbe stata a Milano dopo due giorni per registrare “Che tempo che fa” da Fazio, ed è la testimonial per questa stagione della campagna pubblicitaria Versace. Uno più uno fa Madonna a Milano, e Via del Gesù è affollata come Via Veneto ai tempi della Dolce Vita: al posto di Sophia Loren e Anita Ekberg, però, i paparazzi devono accontentarsi di fotografare una Michelle Hunziker incintissima, una Alessia Marcuzzi dal pallore spettrale, una Ilaria d’Amico talmente gnocca nel suo tubino di pelle nera (Atelier Versace, ovviamente) che un paio dei gay accalcati all’uscita della sfilata hanno cambiato orientamento sessuale solo vedendola passare. Ma di lei, la cinquantaseienne che mostra il marmoreo sedere a chi osa fare osservazioni o illazioni sulla sua condizione anagrafica, neanche l’ombra: le vere dive sanno brillare anche nell’assenza.

Milano Moda Donna è proseguita anche senza la benedizione della Ciccone, e per una settimana ha cercato di recuperare i fasti – soprattutto quelli economici – di un tempo: nel 2014 anche i brand più altisonanti hanno chiuso il bilancio con numeri preceduti dal segno meno, e questa sciagura ha mietuto anche una vittima eccellente visto che Frida Giannini ci ha rimesso la direzione artistica di Gucci. Su tutte le passerelle è un tripudio di capi ragionevoli, gonne più lunghe, cappotti avvolgenti, colori donanti e vivaci. La moda intellettuale, i colori cupi, le facce cadaveriche di certe modelle non hanno premiato: meglio rivolgersi alle donne autentiche, quelle che se spendono il corrispettivo di uno stipendio mensile per un cappotto vogliono apparire più belle – atteggiamento più che comprensibile, e legittimo; però la stessa cosa, fino a qualche tempo fa, alla maggior parte degli stilisti internazionali appariva tremendamente antica e incomprensibile, come se la bellezza, la gioia, la vivacità, il sorriso fossero fastidiosissimi orpelli di un passato inconcepibile, un retaggio di cui liberarsi frettolosamente, una memoria da cui affrancarsi.

“Quella città che era diventata sinonimo di stacanovismo, celerità, fiuto per gli affari, incrollabile vocazione per il lavoro, vede nelle opere progettate per l’imminente Expo e poi ridotte nel numero, ancora incomplete, macchiate dalle tangenti un simbolo tristemente eloquente della sua condizione attuale”

 

Milano arranca, Milano ha il fiatone: la percezione diffusa è che quella festa lì, quell’interminabile ed eccitante party a cui ognuno cercava di imbucarsi, sia terminato da tempo. Quella città che era diventata sinonimo di stacanovismo, celerità, fiuto per gli affari, incrollabile vocazione per il lavoro, vede nelle opere progettate per l’imminente Expo e poi ridotte nel numero, ancora incomplete, macchiate dalle tangenti un simbolo tristemente eloquente della sua condizione attuale.

E anche nella moda, l’impressione è che si continui a danzare mentre il Titanic affonda inesorabilmente: l’orchestra ha ricevuto l’ordine di continuare a suonare, ma questo non significa che lo squarcio causato dall’iceberg della crisi globale si sia ricucito per miracolo, per incanto. Verrebbe da dire che la moda è morta, se non si trattasse di un abusatissimo cliché, e lo snobismo congenito in chiunque si occupa di moda vieta categoricamente di ricorrere ai cliché. Ma la sensazione è proprio questa: fatta eccezione per pochissimi nomi, che si riuniscono sulle dita di una mano sola, il restante universo dei designer sembra in affanno, incapace di comunicare qualcosa di nuovo, sopraffatto dall’obbligo di presentare quattro o più collezioni all’anno, ma per niente tentato dall’idea di fare un passo indietro, di ripensare i codici del proprio stile, di osservare la realtà evitando di rifugiare lo sguardo unicamente sui red carpet e negli immensi saloni degli emiri.

“I fashion blogger sono le ultime e, per questo, indispensabili vittime del grande incantesimo della moda. Gli ultimi adoratori, i credenti superstiti, i residui cultori. Venerano l’abito e le sue infinite possibilità di mettere chi lo indossa al centro della scena”

Bisogna imporre all’orchestra di suonare ancora, un valzer magari, che distragga e rassereni. Ed eccoli, gli inconsapevoli orchestrali. Si prestano consenzienti a un gioco che li sfrutta e li deride, pur illudendoli di essere dei protagonisti. Abbondano nelle sale in cui si tengono le sfilate o all’uscita degli eventi in calendario, assetati di flash e di sguardi, convinti di addentare un pezzo di quella celebrità cui aspirano grazie a un istante di visibilità. I fashion blogger sono le ultime e, per questo, indispensabili vittime del grande incantesimo della moda. Gli ultimi adoratori, i credenti superstiti, i residui cultori. Venerano l’abito e le sue infinite possibilità di mettere chi lo indossa al centro della scena. Ignorano moltissimo (o tutto) della storia del costume, se ne fregano del passato della moda, qualsiasi creatore scomparso più di cinque anni fa va punito con un coriaceo oblio. Esiste solo chi esiste, e le sue performance vengono premiate con definizioni standardizzate: top, adoro, amo, ciao, ciaone, ciao proprio. Brandelli di un vocabolario poverissimo e di una visione limitata, protesi di aspirazioni che si risolvono nello sfoggio di abiti che vorrebbero risultare eccentrici ma nulla posseggono della cultura, della sofisticatezza, della ricercatezza che nutre l’eccentricità vera. La loro icona di riferimento è Anna Dello Russo, la fashion editor che di questa idea carnevalesca e bizzarra dello stile è riuscita a fare una professione. Ma se lei possiede la giusta dose di follia, di imprevedibilità e, comunque, di passione e cultura della moda necessari per risultare credibile in questa rappresentazione di sé, tutti gli altri non possono che scadere nel clownesco, nel parodistico, nell’insapore tipico di ogni succedaneo. Ma con le loro gonnelline fluorescenti, con gli orli dei loro pantaloni che arrivano quasi al polpaccio, con i cappellini da baseball tempestati di spillette, avvolgono come una nebbia variopinta una liturgia ormai stanca, un rito sempre meno suggestivo, e garantiscono una elevata percentuale di isteria, clamore, attesa, fermento intorno all’immenso niente, al mastodontico nulla in cui sta annegando la moda italiana.

 

 

 

Tony di Corcia, giornalista professionista e scrittore, 39 anni. Ha iniziato la sua attività giornalistica nel 1990. Ha curato la trasmissione di moda Angoli e diretto il free press magazine Viveur. Ha debuttato con un libro su Versace nel 2010, seguito da una biografia dello stilista calabrese (per Lindau Edizioni, con prefazione di Giorgio Armani) nel 2012 che presto diventerà un film per Mediaset. I suoi ultimi titoli, sempre per Lindau, sono del novembre 2013: una raccolta di interviste sul couturier Valentino Garavani e una storia del marchio britannico Burberry che ha ricevuto i complimenti della Regina Elisabetta II e del Principe Carlo.

Non è la prima volta che collabora con ofalo.it,
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