sabato , 30 maggio 2020
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La maratona di Shizo

un racconto di Piergiorgio Martena

Albert non si era mai veramente distinto. Fin da piccolo, alle elementari, era sempre stato considerato mediocre. Non andava male, ma neanche bene, e questo non è di certo un punto a favore nel rigido sistema svedese. Eppure lui avrebbe tanto voluto distinguersi, fare qualcosa per cui gli altri gli riconoscessero delle doti straordinarie; ma niente, non ci riusciva. Durante gli anni del liceo aveva anche tentato la via del teatro, decisamente invano: aveva due braccia così lunghe e secche che in scena sembravano due manici di scopa piegati malamente. E così si iscrisse alla facoltà di Lettere; completò gli studi con un punteggio di 107: non male, ma non eccellente. Trovò un posto come giornalista alla redazione locale di “Stoccolma Sportiva”, si occupava prevalentemente di sport minori. Il calcio no, ovvio, neppure quello under 18: troppo appariscente per la sua carriera mediocre; gli appioppavano spesso l’atletica leggera, quando non addirittura i campionati regionali di paddington. Ma la sua voglia di essere notato non si addormentò mai.

E così una mattina trovò la sua occasione: preparò insieme a un suo collega un noioso servizio che celebrava i 55 anni dalle olimpiadi di Stoccolma del 1912. Bingo. Partì immediatamente. Giunse a Tamana, in Giappone, agli inizi di Settembre. Svolse delle ricerche forsennate, garantendo al direttore della sua televisione che il servizio sarebbe stato uno di quelli che non si dimenticano facilmente; d’altronde, se così non fosse stato, tutte quelle settimane di assenza dalla redazione gli sarebbero certamente costate il posto.

Finalmente trovò un barista che parlava un pochino inglese, pur essendo grande abbastanza da conoscere Shizo Kanakuri. E gli indicò dove potesse trovarlo. “Buongiorno – disse Albert alla bidella che c’era all’ingresso – cerco Shizo Kanakuri”. La bidella fece segno di non capire. “Shizo Kanakuri, il maratoneta” ripetè Albert. Questa volta la bidella, tesa in volto come se avesse visto un alieno con le orecchie a punta, sparì nello stanzino dietro al gabbiotto d’ingresso. Ritornò dopo dei lunghi istanti con al proprio fianco un’altra donna in divisa da bidella, ma dai tratti visibilmente occidentali.

“Parla inglese?” – “Dio sia lodato. Sì, certo che parlo inglese. Mi chiamo Cecily”. Cecily aveva forse 60 anni. “Ma lei non è giapponese?” – “Sono irlandese, mio marito è il preside qui. Ah, lei non sa quanto è bello, non parlavo inglese con qualcuno da anni. Mi dica, lei invece cosa ci fa nella più sperduta isola del Giappone?”. Albert, dopo averle spiegato che era alla ricerca di Shizo Kanakuri, fu condotto da Cecily nella sala dei colloqui, dove di lì a poco sarebbe arrivato Shizo una volta conclusa la lezione.

“È lei che mi cerca?” domandò Shizo in un inglese fluente. Quando si incontra una persona dopo averne visto soltanto le foto, di solito si ha l’impulso di dire “oh, nelle foto sembri diverso!”. Invece no, Kanakuri era uguale. Sembrava che lo avessero messo dentro un congelatore. Bassino, con gli stessi occhi piccoli e intelligenti delle foto di oltre 50 anni prima, questo autorevole professore era ritto in piedi davanti all’ingresso delle sala.

“Salve, sono Albert Lindgren, di Stoccolma Sportiva.”. “Se è qui per qualche servizietto ironico sulla maratona può anche andarsene. È una storia chiusa per me”. “Signor Kanakuri – replicò Albert – in Svezia non ci sono sue notizie da cinquant’anni. Tutti la credono dispersa. Reincontrarla per me è già un grande risultato, ma vorrei umilmente chiederle: se la sentirebbe di ultimare la maratona?”. Nella stanza piombò il silenzio. Per un attimo gli occhi di Shizo, da piccoli, divennero grandi e umidi. Si voltò e andò verso la finestra. Non parlò per un tempo lunghissimo, contemplando il panorama dell’Oceano Indiano. All’improvviso ruppe il silenzio. “Avevo vent’anni, stavo per compierne ventuno. Nel 1912 studiavo a Tokyo e a quel tempo correvo più a lungo di tutti gli altri, avevo una resistenza davvero straordinaria…un giorno feci una scommessa con un mio amico. Lui non credeva che sarei riuscito a partecipare alle olimpiadi. Io mi iscrissi alle selezioni nazionali proprio per ripicca, sicuro di non avere le carte in regola. E invece ce la feci; battei il tempo minimo previsto per partecipare alla maratona, ma nessuno effettivamente se lo aspettava, tanto meno io. Ero sicuro di dover rinunciare, perché la mia famiglia non aveva i soldi per mandarmi fino in Europa. E lì il mio amico pagò la sua scommessa nella maniera migliore che un amico possa fare: organizzò una raccolta fondi, e la organizzò in grande! Vi prese parte tutta l’università, dal preside fino all’ultimo degli studenti. Raccolsero un bel gruzzolo.”. Shizo si mise a sedere. Aveva gli occhi gonfi di commozione e la gola annodata dal ricordo.

“Fu la cosa più bella della mia vita” – riprese dopo un attimo – “Voi oggi avete gli aerei, i treni veloci. Io all’epoca feci un viaggio lunghissimo. Ha mai sentito parlare della transiberiana? Io dovetti prenderla. 18 giorni di viaggio per arrivare a Stoccolma. Se li immagina 18 giorni? E non su una nave, comodo, con la cabina. Sui treni di una volta. E sa cosa sono 18 giorni di inattività per un maratoneta? Appena arrivai in Svezia mi ripresi ad allenare, ma non ero ancora al top il giorno della gara. C’era un caldo bestiale. Era il 14 Luglio, lo ricordo come fosse ieri. Il caldo soffocava tutti. Il termometro segnava 32 gradi, ma sono pronto a giurare che fossero il doppio. Lei è un giornalista no? Ci fu anche un morto per disidratazione, durante quella gara. Iniziammo a correre. Io ero deciso a farcela. Avevo le gambe un po’ pesanti, ma dovevo almeno finire la gara, giungere al traguardo. Lo dovevo a tutti quelli che in patria mi avevano sostenuto. Incredibilmente, dopo 30 chilometri ero in testa. E così vidi uno spettatore che mi tendeva un bicchiere. Oggi siete dei mollaccioni, è consentito bere, anzi la stessa organizzazione ti mette le borracce lungo il tragitto. A quei tempi te le sognavi. E così non ho resistito, mi sono fermato un attimo. Mi sono seduto a bere nel giardino di quell’uomo tanto gentile…e sono piombato in un sonno assoluto. Non so cosa mi accadde, era inspiegabile. Tutta l’adrenalina della gara non riuscì a frenare il bisogno di riposo che avevo. Credo che la colpa maggiore fu dei 18 giorni di inattività. Mi svegliai che ormai la gara era finita, e con la coda fra le gambe, mi rimisi in viaggio per tornare a casa”.

“E’ incredibile – affermò Albert – tutti in Svezia credono che lei si sia disperso nella foresta. Quando sono venuto  a cercarla nella sua città d’origine, tutti mi hanno dato del pazzo”.

“Quando sono tornato qui – riprese Shizo – molti hanno cercato di tirarmi su il morale. Ma so che in realtà tutti erano delusi. E così mi sono messo ad insegnare geografia. Prima scherzava?”- “Quando?” – “Quando ha detto che vorrebbe che ultimassi la maratona”. Albert era eccitato, vedendo gli occhi di Shizo luccicare come quelli di un bambino. “Assolutamente no. Nessuno credeva che l’avrei ritrovata, ma mi hanno assicurato che se ci fossi riuscito e l’avessi riportata in Svezia, il giornale avrebbe raccolto tutti gli sponsor possibili per farla ripartire dall’ultimo punto in cui si sono avuto sue notizie e farle ultimare la gara. Sarebbe un record: una maratona che dura oltre 50 anni”. Shizo non riuscì a trattenere le lacrime, e ringraziò infinitamente Albert per l’occasione di riscatto che gli stava dando. Partirono il giorno seguente. Tutto era pronto, quella mattina, a Stoccolma. L’evento fu trasmesso in diretta mondiale, con la telecronaca originale di Albert Lindgren, il giornalista famoso per aver ritrovato Shizo Kanakuri dopo mezzo secolo. I sopralluoghi per individuare il punto esatto da cui ripartire non furono facili, ma alla fine fu lo stesso Shizo a riconoscere un piccolo santuario in pietra che fronteggiava il punto in cui s’era addormentato. E dopo 54 anni, 8 mesi, 6 giorni, 5 ore, 32 minuti, 20 secondi e 3 decimi, Shizo Kanakuri completò la sua corsa, dedicandola ad Albert.

 

 

Piergiorgio Martena, classe ’88, è nato in Puglia. Attore, regista e sceneggiatore, ha studiato fra Roma, Parigi e Los Angeles prima di fare ritorno stabilmente nella regione d’origine.

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