giovedì , 17 agosto 2017
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Il senso dei clown a teatro nel 2017

Mi fanno paura/fanno schifo/senso/m’ispirano ribrezzo/da piccola ho avuto il trauma/da piccolo non dormivo perché sulla mensola ce n’era uno di porcellana che mi fissava/i miei genitori mi costringevano a vestirmi così a carnevale/ho una foto di me da piccolo in braccio a uno di loro in cui piango disperato/mio zio si vestiva così alle feste e io mi andavo a nascondere/ma che ci trovi di divertente?/sono tristi/dai ormai sono superati/non fanno ridere più nessuno/nemmeno i bambini ridono più/che cazzo si ridono in continuazione?/da quando ho visto IT sono terrorizzato dai clown/li trovo superati.

When you see IT…

Eppure.

Eppure siamo nel 2017 e il Clown dei clown riempie ancora i teatri. Non le piazze. I teatri. Come è successo al teatro Giordano di Foggia il 16 e 17 Marzo.

Siamo nel 2017 e nessuno ancora è riuscito a dare una risposta definitiva alla domanda: “E’ nato prima il clown o la risata?”.

Quello che sappiamo è che nella preistoria c’è stato un momento che ha diviso il percorso del genere umano da quello animale, floreale, minerale, effervescente naturale. Un momento a partire dal quale l’essere umano ha avvertito la necessità di volere e dovere soddisfare un ulteriore bisogno oltre a quello di creare le migliori condizioni per nutrirsi e riprodursi.
C’è stata, perché c’è stata, una data zero e un orario zero per la risata zero della storia dell’umanità. Un momento in cui il primo uomo primitivo ha riso per il capitombolo di un suo simile, e qui sorge il dubbio, ancora irrisolto: il primo spettatore del mondo ha assistito ad un inciampo casuale e fortuito o ad una gag premeditata?

Molto tempo è passato dalla risata primordiale scaturita dal padre di tutti i clown. Nel corso degli anni, ma che dico degli anni, dei secoli. Ma che dico dei secoli, dei millenni. Ma che dico dei millenni, delle interminabili ore di matematica alle superiori; le modalità di fruizione delle pratiche per la soddisfazione dei bisogni primari si è complicata sempre più: mangiare, vestirsi, fare l’amore e ridere in modo soddisfacente è diventato sempre più difficile, e i risultati sempre più frustranti.

Eppure.

Ti capita di passare una giornata come tante altre per tanti altri che cercano il loro posto in questo occidente secolarizzato, globalizzato, liofilizzato.

Giornate in cui sei costretto a fare i conti con il mondo e i suoi abitanti e tuoi coinquilini planetari, e ti rendi conto che tutti i vecchi grassi finiscono per somigliare a Pacciani e tutti quelli magri a Michele Misseri. Non solo fisicamente, anche caratterialmente.

Giornate fatte di abitacoli e i 100 secondi di Enrico Mentana, i 100 di Giancarlo Rossella, i 100 in cui dici, chiedi, ordini, vieti, preghi, supplichi il lavavetri di non adoperarsi per te.

Giornate in cui le mail che ti arrivano sembrano precise, puntuali, mirate e sconfortanti come solo certe cacate di piccione sanno essere.

Giornate di: aggiorna/conferma/fai sapere/interessa?/apponga la firma/partecipa/unisciti a noi/prestiti vantaggiosi/clicca/approfitta!/fai presto/donne mature vogliono te/e tu ancora non lo fai?/porche nella tua città, e tu?/dillo prima degli altri/prenota il tuo posto/è da rifare/riscrivere/rivalutare/chiama/no, ti chiamo io/ma paghi?/hai i minuti?/mi dai la password?/Ci sei?/Verrai?/Wi-Fi?

Com’è il film? Carino.

Lo spettacolo? Carino…

Quel locale? Carino!

Che ne dici di questo libro? Carino?

Per contrastare il logorio della via moderna non sempre un liquore è la scelta giusta.

Finisci una giornata in faccia a un clown.

E ti fai delle risate. Ma risate risate.

Il resto, il testo, il sottotesto, l’ipertesto… resta tutto fuori. Come il caterpillar, l’ultimo mostro del gioco della modernità, da superare alla fine del quadro della giornata. Si è fatto trovare funzionante, all’ingresso del teatro, a minacciare una serata sussultoria e rumorosa *. Anche il caterpillar è rimasto fuori, non solo per merito della qualità degli infissi del teatro. Gli infissi erano l’argine difensivo di uno spazio che al suo ampio interno si stava addensando di risate, e una cosa piena resiste di più di una vuota.

*

Lui sputa l’acqua, e tu ridi. Ridi vedendo fare una cosa che il tuo compagno di squadra fa ogni lunedì sera avanti ai tuoi occhi e ti fa schifo. Ma quando a farla è il clown, ridi. Ma ridi ridi, eh.

Lui e un bambino che sputano l’acqua. Risate.

Ridi, applaudi, ridi, applaudi. C’è la musica, ma quella da sola non fa ridere, altrimenti dovresti ridere anche tra gli scaffali del centro commerciale. Ci sono le luci ma nemmeno quelle da sole, ci sono costumi e strumenti, nemmeno questi da soli. Sul palco salgono degli spettatori; stimati professionisti delle prime file accordati e usati come strumenti al servizio della risata. Ma tutto ciò, anche assemblato, non fa ridere.

E’ il clown a far ridere. Fa ridere a modo suo. Un modo che gli riconosce tutto il mondo in tutta la storia e in tutte le lingue. Ce lo dice e ce lo canta nella gag in cui intona My way in inglese, spagnolo, francese, tedesco, svedese, turco, rumeno, giapponese e russo lasciando il pubblico stupefatto e ammirato.

E si ride con pernacchie e calci in culo. Balletti, sgambetti. I campanelli che a casa nostra non trovano nemmeno più spazio nel mobile antico diventano megafoni di simpatia.

Ha ragione Samuele Bersani, si può star bene senza complicare il pane. E neanche il riso.

 

Adelmo Monachese

  • Immagine di copertina tratta dalla locandina del film Cuore di Clown

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