sabato , 15 agosto 2020
Ultimi articoli
Home » headline » Due colazioni a ventun anni di distanza

Due colazioni a ventun anni di distanza

un racconto di Walter Prete

Due colazioni a ventun anni di distanza.

I sensi sono biglietti di viaggio, a volte, nel tempo e nello spazio.

Me ne accorgo una domenica mattina, tardi. È quasi l’ora di pranzo e c’è il sugo che sta finendo la cottura sul fornello medio della cucina. Quello medio, perché sul piccolo c’è la caffettiera che gorgoglia. Il caffè è uscito. Tolgo la moka, rimetto sulla fiamma piccola la pentola del sugo – e a questo punto ancora non mi sono reso conto della cosa che dicevo prima: quella del tempo e dello spazio -. Verso il caffè nella tazzina, lo zucchero e porto il caffè alla bocca.

Ecco. È questo il momento. Me ne accorgo adesso.

Sto in piedi davanti alla cucina in un tinello che profuma di sugo della domenica e sto bevendo il caffè. E ho ventinove anni, in questo momento. Le palle sul tappeto verde della bazzica del cervello fanno una carambola strana e mi dicono che il caffè che sto bevendo è inequivocabilmente un caffè della domenica, e lo è proprio in ragione del fatto che al sapore del caffè  è associato il profumo del sugo pronto fra poco. Ma … c’è un ma. Non intendo scrivere della quarantena, ma questa cosa è avvenuta questa domenica e quindi siamo in quarantena. E io realizzo solo in questo momento che il sugo che solitamente annuso a questo punto, nelle altre domeniche, è quello di mia mamma.

Sono anni che non vivo più con i miei, ma la domenica vado sempre a pranzo da mamma e papà e a un certo punto la mamma mi telefona per chiedermi quanto manca e se può mettere il caffè. Che io da Tricase parta alle 9.00 o alle 11.00 non importa, tanto mia mamma mi telefona sempre quando sono all’ingresso di Ruffano e quindi è puntualmente, ogni volta, il momento giusto. Arrivo a casa, la bacio, lascio le mie cose e nel frattempo è pronto il caffè. Si toglie la moka dal fornello piccolo e al suo posto si mette il sugo. E quella è domenica. Da circa un mese la domenica non è più così. Lo hanno raccontato in tanti meglio di me. Io stesso saprei fare ricorso a delle argomentazioni più corpose per spiegare come è cambiata la nostra vita. Ma tant’è. Il mio corpo si è reso conto solo in questo momento che qualcosa è cambiato. Ma non finisce qui. Ad un certo punto ci sono io a otto anni al tavolo bianco di mia zia una mattina che avevo il morbillo e mia mamma era lontana per un’operazione in un ospedale del nord Italia. Lontana già da qualche settimana. E a me il morbillo stava ormai per passare. Lo zio esce da casa e lascia sul tavolo bianco una tazzina con un fondo di caffè. La zia è di là e io ne approfitto per prendere la tazzina dello zio e versare nel mio latte il caffè rimasto. Alla televisione davanti a me c’è la musica dell’ora esatta di canale 5.

Porto il biscotto alla bocca e anche in quel momento mi accorgo che a casa mia, quando c’è la mamma, la musica dell’ora esatta delle 7.00 fa sempre coppia con il latte e caffè. A casa della zia no. Qui il latte è latte bianco. La mia mente è uno stadio olimpico e io ho appena eseguito un salto in alto in stile Fosbury da manuale. Rincorsa e stacco li ho fatti oggi, in questa cucina di Tricase nel 2020. Nella fase di volo mi sono trasformato: la barba si è accorciata progressivamente, poi si è diradata e poi è sparita, di pari passo i capelli sono spuntati e si sono infoltiti. La fase di valicamento dorsale dell’asta mi ha visto diventare sempre più piccolo. All’atterraggio ho otto anni e sono in casa della zia Maria alle 7.00 di una mattina del 1999.

Lo stadio è in delirio. E a questo punto pure io, mi sa.

Mentre finisco il caffè ricordo che il morbillo a un certo punto è passato, ma io ho continuato a dire alla zia che non mi sentivo bene lo stesso perché dentro di me avevo deciso che, se io non fossi uscito più di casa, l’operazione della mamma sarebbe andata bene. E allora avrei aspettato. Mi ricordo il telefono beige lucido di casa della zia, con cui sentivo i miei, che era attaccato vicino ad una porta e mi ricordo che, certe volte, quando parlavo con papà o con la mamma mi veniva da piangere, e allora per non farmi vedere andavo oltre lo stipite, tendendo il filo arricciato del telefono fisso. E ricordo il pomeriggio in cui la mamma è tornata. La casa era piena di un sole arancione e mentre loro parlavano sul divano di come erano andate le cose io non li ascoltavo me ne stavo seduto tra la mamma e papà con le mani nelle loro, e mi sembrava incredibile che alla fine fossero tornati e anche io mi sentivo improvvisamente guarito, adesso. Mi ricordo che avevo fatto diversi disegni per quando i miei fossero tornati. Gatti, delfini, guerrieri e un arcobaleno. Che oggi, a ricordarlo, mi sembra tanto simile a quello che i figli del vicino di casa hanno fatto e appeso sul cancello in fondo allo stradone. Penso che, anche stavolta, tutto sarà davvero finito quando potrò ritornare a casa dai miei, in un pomeriggio pieno di sole.

 

 

Walter Prete è nato a Tricase (Lecce) nel 91. Drammaturgo e attore, nel 2013 ha fondato la compagnia A.LIB.I – artisti liberi indipendenti a Tricase e nel 2015 ha inaugurato la sala teatrale Essenza a Corigliano d’Otranto con cui ha realizzato fino ad ora otto spettacoli.

 

 

 

Leggi anche

La maratona di Shizo

un racconto di Piergiorgio Martena Albert non si era mai veramente distinto. Fin da piccolo, …

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi