lunedì , 25 settembre 2017
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Calcio&Finanza. Il Fair Play è contro natura

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di Adelmo Monachese

Il Fair Play Finanziario per le società di calcio, la sua applicazione pratica e la logica che ne ha ispirato la realizzazione non solo è destinato a fallire e a mummificare il sistema calcio, ma è l’ennesima manifestazione dell’ipocrisia che regna nelle alte sfere che comandano il pallone. Ci si applica tanto perché le società non spendano più di quanto guadagnano, perché? Se un presidente proprietario di un club o una società vogliono indebitarsi per sostenere spese che sanno in partenza di non poter poi ripagare, perché non possono? Spesso queste scelte non vengono fatte per incompetenza o ingenuità, sono scelte deliberate perché spesso il calcio è stato un mezzo per giochi finanziari o per accrescere il proprio consenso politico e personale verso una comunità.

“Con il calcio non si guadagna”, questo antico dogma è falso. Ci si può guadagnare se gestito con competenza, onestà e voglia di farne un’attività redditizia. Ma se qualcuno vuole buttarci i soldi, un sacco di soldi, perché dobbiamo impedirglielo? Perché si deve a tutti i costi evitare che le società falliscano? Prima del Fair Play c’erano, e ci sono, le fidejussioni e altri strumenti che dovrebbero assicurare una regolarità ma che vengono aggirate con la facilità con cui si vedono i calciatori dribblare i birilli in allenamento. Che succederebbe se le società, le grandi società (perché il Fair Play è la loro foglia di fico, nonostante da anni dalla Serie B in giù c’è un’ecatombe di piccoli club che non accennerà a diminuire nei prossimi anni) fallissero e sparissero? Intendo cosa succederebbe oltre ai cortei dei tifosi più legati al retaggio identificativo tifoso-società-proprietà-città? Avverrebbe ciò che accade in natura dalla notte dei tempi: si arriverebbe, prima o poi, a un punto d’equilibrio e compensazione.

Ai presidenti e direttori generali il FPF viene bene quando c’è da giustificarsi con i tifosi che insistono con la vecchia formula della richiesta di “tirare fuori i soldi”, un po’ alla stessa maniera del “ce lo chiede l’Europa” usato dai politici quando vogliono scaricare agli occhi del loro elettorato la responsabilità di una decisione impopolare. La responsabilità, di questi tempi, è sempre scaricabile: chi si occupa delle cose pubbliche appalta lavori e responsabilità della loro riuscita e durata, le industrie private delocalizzano all’estero manodopera e responsabilità su condizioni e diritti dei lavoratori, le società calcistiche, sempre di più, stanno ricorrendo ai fondi di investimento a cui possono benissimo affidarsi per ricevere soldi e sponde molto vantaggiose per paradisi fiscali e tassazioni favorevoli. E il Fair Play dovrebbe riuscire a fermare questo Far West? No, e non ci riuscirà perché è stato pensato apposta per non riuscirci.

Il calcio è l’unico sport i cui i vertici vogliono imporre un tetto di spesa, tutti gli altri sport sono alla continua ricerca di investitori, sponsor, sostegno. Nel calcio no, la motivazione di questa scelta ha di per sé uno sfondo oscuro.

Si fermeranno gli sceicchi, i magnati russi e gli altri dopo di loro? Il FPF è una staccionata da giardino messa ad arginare il loro tsunami di banconote. Chi ha tutti quei soldi può tutto. Il Manchester City per evitare sanzioni ha sopravvalutato il suo contratto di sponsorizzazione di più di dieci volte rispetto al valore di mercato per riassettare la bilancia tra costi e ricavi. L’ha potuto fare perché lo sponsor appartiene agli stessi proprietari della squadra, non lo si può chiamare neanche un trucco perché fatto in modo limpido e del tutto impunito.

Altra falsità: il fair play serve per delimitare la differenza tecnica tra le varie squadre d’Europa. La differenza tecnica ci deve essere e ci sarà sempre: come in tutti gli ambiti della vita i bravi sono pochi e i bravissimi pochissimi, stop. Non mi pare che le squadre acquistate dai ricconi del nostro tempo abbiano dominato i campionati nazionali e le coppe europee, hanno, anzi, arricchito le vecchie società che con competenza e furbizia gli hanno rifilato campioni più o meno verso la soglia dell’obsolescenza a grosse cifre, assicurandosi così un po’ di ossigeno.

In base al campionato che attira più attenzione prende largo la convinzione che quello è il modello giusto, il modello da copiare. Il modello spagnolo, il modello inglese, ora quello tedesco. Si è sempre alla ricerca del modello vincente, in campo come dietro le scrivania. Il metro deve essere quello della bravura, se una società è brava nell’acquistare giovani talenti e rivenderli con enormi guadagni perché deve inseguire un altro tipo di modello? Se un club ha costruito un settore giovanile che gli permettere di allestire una buona prima squadra perché deve assolutamente cercare di vendere più magliette? Sempre cercando di migliorarsi e tentare nuove strade, ma ognuno secondo le sue capacità e peculiarità. E chi ha dalla proprio forza solo – solo si fa per dire – solo una valanga di denaro, allora usi quello.

Le società devono vivere i loro cicli di gloria, prosperità, fallire, morire, ne devono nascere di nuove, con nuovi criteri di gestione ed etica, magari con giovani dirigenti che abbiano studiato e girato il mondo e non chiamino i bambini africani “cosi”. I tifosi seguirebbero ed imparerebbero ad amare la propria squadra a prescindere dalla serie in cui milita e dai campioni che ci giocano, magari inizieranno ad apprezzare alte cose come l’impegno, la fatica. Anche se poi si rischierebbe sul serio di avere uno sport che promuova dei valori.

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