venerdì , 21 febbraio 2020
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Buone feste fatue

Le cene con amici, amici di amici e, soprattutto, parenti. Riunioni coatte di persone che per la maggior parte non vediamo esattamente da un anno. Personalità, caratteri, idee e valori talmente differenti tra loro da darvi l’impressione che vi abbiano messi insieme in una casa gli autori del Grande Fratello.

Le conversazioni

Primo argomento tra tutti: la crisi, chi la soffre veramente non ci vuol pensare durante le feste. A introdurre questo argomento sono gli zii ricchi. Ignorateli, in cuor loro vogliono solo fare il bis dei paccheri che nonostante tutti i soldi che hanno non riescono a prepararsi a casa loro. 

Quando la conversazione prende il largo verso il tema dei migranti del mare, la tendenza è quella di dividersi in fazioni nettamente contrapposte, in questo caso urge un intervento deciso del cuoco della serata per ristabilire la sintonia tra chi sostiene ancora la linea della fermezza dell’ex ministro dei bacioni e chi all’opposto sostiene i diritti umani di chi affronta un viaggio della speranza, il rischio è che finisca a chi sei tu e chi sono io.

Soluzione

Si deve rischiare il tutto per tutto: “Il vero delitto sarebbe non onorare ciò che di buono il mare è capace di donarci, ignorando questa bella frittura di pesce!”. È importante calcare la voce sul termine donare per restaurare il clima di festa, anche se c’è poco da festeggiare: lo sapete solo voi quanto avete pagato tutto quel pesce, ma quando avete detto “Ma sì! Facciamo a casa nostra!” eravate ben consapevoli che avreste immolato la vostra tredicesima, o il vostro reddito di cittadinanza, o il bonus bebè di vostro figlio, o la cessione del quinto… o la dignità.

Le parole

Dal Natale 2004 è facoltativo, ma vivamente consigliato, spendere due paroline sullo Tsunami. Meglio farsi trovare pronti quando nel programma selezionato a casaccio in televisione faranno l’elenco delle tragedie. Una vera disgrazia: duecentotrentamila vittime proprio il 26 di Dicembre, in pieno clima festivo, quando in molte case l’unica marea conosciuta era quella del brodino, purificatore di anime e intestini. Una cosa disdicevole, a dir poco.

Soluzione

Ricordare lo Tnsunami si deve, il pericolo è di far piombare tutti a una profondità d’animo inappropriata alla maratona alimentare – i pensieri tristi sono nemici del buon appetito – il ricordo non deve durare né troppo, né troppo poco. Una semplice ma abbastanza sentita considerazione convoglierà l’attenzione su un punto comune, qualcosa che vada bene per tutte le stagioni: 

Voi: “Meno male che nel Sud Est Asiatico non c’erano imprenditori e politici italiani a dividersi gli appalti”. A quel punto qualcuno potrebbe seguirvi a ruota: “Eh già, altrimenti chissà quanti altri danni ci sarebbero stati!”. Se tra gli ospiti c’è una qualcuno che funge da memoria storica potrebbe arrivare un commento a sostegno del tipo: “Qui ancora paghiamo la ricostruzione del terremoto in Irpinia!”  e così via, darete il La a tutta una serie di considerazioni dalla sicura approvazione generale, che anzi favorirà anche l’apertura delle bocche al fine di smaltire le derrate di cibo. 

È arrivata l’ultima rata della tassa della spazzatura più conguaglio? 

Anche questo è un buon argomento collante, si possono passare bei momenti a confrontare virilmente l’entità dell’importo della tassa per ogni nucleo familiare, in questo caso gli zii ricchi che si troveranno a pagare di più potranno fingersi contriti:  “Che disgrazia avere una casa di quattro piani e duemila metri quadri più giardino, piscina e campo da tennis. Se avessimo saputo che avremmo dovuto pagare così tanto di immondizia avremmo scelto una casa normale”, sul finire della frase gli zii ricchi si guarderanno intorno perché sia chiaro cosa intendono per normale,  il loro sguardo poi cadrà sull’ennesimo dolce natalizio che a casa loro non è presente in nessuno dei loro duemila metri quadri.

Il giro di amari.

Mio Zio Svluvio è una brava persona, a volte. Come tutti, quando arriva il proprio momento di argomentare, ha il suo cavallo di battaglia: nel suo caso, però, si tratta di un cavallo di bottiglia. È talmente fissato con l’enogastronomia che, quando meno te lo aspetti, tenta di mostrarti i trucchi per la decantazione del vino ed i suoi abbinamenti. Sente di avere la missione di iniziarci a quest’arte, ma ci finisce e basta. Ogni volta la stessa storia.

Zio Svluvio

Il gran maestro ha gli occhi mezzi pieni e parla male. A metà lezione inizia l’elenco delle cantine che ha visitato e di cui conserva i preziosi tesori. Ma no, non sono quelli i tesori che condividerà con noi, no. Per noi ha preparato appositamente un amaro bio/eco/solidal/responsabile/km (e costo) zero.

Dove mi trovo io, in fondo al gruppo, arrivano pochissime parole che non mi dicono niente. Intanto mi faccio un’idea della quantità e dei diversi tipi di provenienza delle briciole che possono spargersi su una tovaglia nella quiete dopo la tempesta. Scene della devastazione di flora e fauna ittica e boschiva necessaria alla tradizione viene riprodotta in piccola scala.

La tavola sembra un quartiere, le bottiglie sono palazzi, i cestini e i talgieri rotatorie e piazze, la loro posizione disegna strade sulle quali forchette-ruspa e coltelli pneumatici hanno lavorato per ore. I segni del passaggio dell’apocalisse: briciole di pane, mollica, taralli, prezzemolo, zampe di gamberi, pezzi di cervello di pesce misti ad aglio sparsi ovunque, chiazze d’olio, zucchero a velo posato come la polvere dei mattoni dell’11 settembre.

L’unica sana, salva e immacolata è la concezione di aver fatto anche oggi un’insalata che rimarrà vergine. 

Capisco all’ultimo sorso che l’amaro bio/eco/solidal/responsabile/km e costo Zero di Zio Svluvio è una porzione magica. Le parole che Zio Svluvio sversa illecitamente durante la degustazione ora sembrano avere un senso. I vocaboli che, fino a quel momento ignoravo, iniziano, come tanti pizzicotti, a farmi vibrare le corde gustative accordate sorso dopo sorso, dopo sorso, dopo lo spritz, il prosecchino, il vino e l’amaro.

Oscillo come un metronomo. 

Così, anche se non sai leggere le note, t’accorgi se un accordo è lento o veloce e tutti d’accordo c’eravamo accordati su ciò che le papille avevano suonato.
Tutti gli altri parenti, che al mio arrivo avevo inquadrato come dei parrucconi che si guardano tutta la sera facendo continuamente di sì con la testa come tartarughe da cruscotto, si scoprono esseri fantastici restituiti al loro magico bosco di frutti. Ora che mi è finalmente chiara la loro vera natura non mi riesce difficile immaginarli tutti come il caro Zio Svluvio quando cerca di discorrere con chiunque di vino e buone pietanze nei suoi infiniti tentativi a vuoto a -buon- rendere.  Siamo tutti storie che vogliono essere ascoltate. Storie vere, storie inventate, storie ingigantite, storie minimizzate, storie condivise. Siamo tutti solo storie che vogliono farsi un giro e tornare da noi. È necessario il Natale per farlo? È necessario tutto il colesterolo, l’ipoglicemia, la tachicardia? Abbiamo per forza bisogno di un pretesto, un contesto, uno zio fuori di testo? Qual è il senso del Natale?

Al il giro d’amari t’ interroghi sul senso del Natale. Le viscere ragionano in modo viscido e brutale. Qual è il senso del Natale: i negozi con le guardie armate? Dov’è il senso del Natale: parlarsi tramite una cartolina augurale? 

Mostrami il senso del natale: la vigilia involgarita peggio di uno stabilimento balneare. Mi torna in mente un bambino soldato con l’elmo ritagliato nel cartone del panettone che canta l’inno nazionale, l’unica canzone che il nonno gli ha saputo insegnare. Forse è questo il senso del natale. Cos’è il Natale se non la vittoria dello Spirito Santo sull’anticoncezionale… Mi vergogno come un cane a pensare tutto quello che mi viene da pensare mentre intorno è Natale. “E mi raccomando! Se non ci dovessimo vedere…”, ma tanto piacere! 

Dove devo andarlo a trovare il senso del Natale? Brindare, scattare, postare, taggare, commentare, brindare, scattare, postare, taggare; sorrisi venuti così male che sono capaci di ipnotizzare: hashtag natale, hashtag campagna elettorale, hashtag tanto vale.

“Accettate la carta per pagare?”

“Se lo ordino adesso arriva entro Natale?”

 “Ma nel caso, poi, lo può venire a cambiare?”

Cosa vuoi cambiare, cosa vuoi cambiare. Scontrini di cortesia per regali sotto anestesia sentimentale. Sicuri sia io a rovinarvi il Natale coi  miei trucchi da clown da funerale? Nasciamo e moriamo come le api nell’alveare, le api non aspettano Natale per darsi da fare. La dolcezza sempre, o è banale. Nel mio delirio postpandriale il Natale è come una pietra filosofale con ampie tracce di materia fecale. E meno male che ci sei tu, o Gesù, o vedi tu.

L’ immondizia

Ripresomi da un momento di considerazioni silenziose condivise mentalmente con un cavatappi a forma di pappagallo che mi ha fatto la grandissima cortesia di non ripetere ad alta voce tutto quello che pensavo, sono tornato all’organizzazione delle serate. Fase finale, congendo e smaltimento.

Se un minimo di buon senso vi è rimasto tra i denti al posto del prezzemolo non dovreste lamentarvi eccessivamente dello schifo che avete fatto tutti insieme, almeno non durante i cenoni che si concludono coi padroni di casa che salutano sulla porta e donano due sacchetti a testa ad ognuno. In fila come Re Magi metropolitani che anziché oro, incenso e mirra portano umido, carta e vetro. 

E le stagnole per i cani, naturalmente. Sì, per i cani… come no, certo.


L’immagine di copertina dell’articolo è uno schizzo di Pablo Picasso su Babbo Natale.
Testo di Adelmo Monachese, ampliato e rivisto a partire da un pezzo contenuto nel suo libro I cuochi TV sono puttane (Rogas Edizioni).
Questo testo fa anche parte del reding musicale Strett of Phoggia, con letture di Marco Barbaro e musica di Andrea Marchesino.
Marco Barbaro durante l’esecuzione del testo con l’accompagnamento musicale di Andrea Marchesino

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