venerdì , 20 ottobre 2017
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Ascoli Satriano tra liti di taverne

La taverna, difatti, assolveva il compito di fornire ristoro alle persone e sosta agli animali, oltre ad essere una specie di zona di stoccaggio per il carretto con la mercanzia. Ma la taverna non era una semplice struttura ricettiva; intorno ad essa si determinava un movimento di attività, conoscenze, affari e merci. Erano dei veri centri di produzione di ricchezza. Per tale motivo sorgevano spesso conflitti tra taverne concorrenti.

Daunia Stupor Mundi vi racconta una particolare diatriba tra due taverne, una di proprietà “statale” ed una di proprietà “ecclesiastica”. Il fatto è presente in un manoscritto dell’Archivio Capitolare della Cattedrale di Ascoli Satriano: una storia di conflitto che descrive bene l’ambiente socio-economico del tempo.

Nel ‘500 Ascoli era feudo del Principe spagnolo Antonio de Leyva. Ad Antonio successe il figlio Luigi, che, diventato Governatore di Milano, lasciò il feudo al primogenito, anch’egli di nome  Antonio, che sarà protagonista della nostra storia. A questi succedettero altri tre Principi di Ascoli Satriano della casata spagnola de Leyva. Estinto il ramo principesco, il feudo tornò alla Corte di Napoli nel 1650.

Nel paese di Ascoli Satriano erano in esercizio ben quattro taverne, gestite da alcuni cittadini, detti “particulari”, ma poiché erano gravate da censi e oneri, accadeva spesso che venissero vendute a privati. Uno di questi, un certo Domenico Foglia, vendette per 2000 ducati la sua taverna al Principe di Ascoli nel 1563. Sei anni dopo, un’altra taverna venne donata dal Cantore della Cattedrale di Ascoli, don Antonio D’Alessandro, al Capitolo della Cattedrale. Entrambe le taverne, quella del Principe e quella del Capitolo, erano gestite da fittuari su concessione dei proprietari.

Il conflitto tra le due taverne iniziò nel 1596 quando il Capitolo decise di ampliare la propria taverna con “commodità di camere e letti per alloggiare ogni sorta di passeggeri ed animali a sella et imbasto”. L’altra taverna, fino ad allora la principale del paese, di proprietà del terzo principe di Ascoli, Antonio de Leyva, accusò tale azione del concorrente con perdite di profitto. Sorse, così, un contrasto di interesse tra i due massimi poteri del tempo: il potere laico e il potere religioso. Entrambe non cercarono nessun accordo e combatterono questa battaglia ognuno utilizzando le proprie armi: il Principe la forza poltica, il Capitolo la scomunica.
La vicenda iniziò quando il nobile spagnolo don Diego Villela d’Altana, Governatore Generale del Principe Antonio, “turbò” la taverna del Capitolo vietando al gestore (ricordiamo che la taverna del Capitolo era data in gestione ad un cittadino) di alloggiare “passeggeri o animali di sella et imbasto”. Ciò comportò il blocco delle attività della taverna ecclesiastica. Così il vescovo Fra Ferdinando d’Avila, con il consenso della Curia Romana, scomunicò il Governatore Generale, considerato “turbatore della Libertà Ecclesiastica” e responsabile della perdita di profitto della taverna del Capitolo. Nonostante la scomunica, il Governatore d’Altana non riconobbe l’errore e fece ricorso alla sua influenza politica presso la Corte di Napoli, precisamente al Regio Collateral Consiglio, per far valere il diritto di proibire del Principe di Ascoli, facendo riferimento alla scorretta concorrenza della taverna del Capitolo. Quest’ultimo accettò la sfida giudiziaria, nonostante la scomunica fatta, ed espose le sue ragioni con precisione logica e chiarezza giudiziaria, tanto che il Regio Collateral Consiglio emise decreto contro il Principe. Alla fine ne uscì vincitore il Capitolo non solo grazie alla scomunica, ma anche per via giudiziaria-amministrativa. Così il Governatore d’Altana ritirò la proibitiva e fu sciolto dalla pesante scomunica dopo essersi buttato tra i “piedi di S.S.tà per essere assolto dall’escomunicazione fatta da Ferdinando Davila Vescovo di Ascoli”. Lo stesso Principe d’Ascoli dovette sottostare alla sentenza e rassegnarsi all’inefficienza della propria taverna.

Un secolo dopo questo episodio, la scena politica di Ascoli Satriano subì diversi cambiamenti. Il feudo era passato in mano al Barone Marulli che, dopo 5 anni dal suo acquisto, ottenne l’investitura di Duca. Così nacque il Ducato di Ascoli, che rimarrà in mano ai Marulli per circa 300 anni.
Con questo nuovo potere nel paese si ripresentò lo scontro tra le due taverne.
Il barone don Troiano Marulli, entrato in possesso della taverna, fece un analisi di come migliorare il suo rendimento. La causa principale dei pessimi profitti della taverna era sempre legata alla forte concorrenza di quella del Capitolo della Cattedrale. Così, anch’esso fece ricorso, come i suoi predecessori, all’arrogante forza politica. Ad un suo accenno di turbare la taverna, il Capitolo fece intendere, come in passato, di tutelare i propri diritti. Ricordatogli il precedente con d’Altana, il Barone fece un passo indietro e non attuò alcun azione.
L’aria ritornò pesante quando successe a don Troiano suo figlio Sebastiano, che nel frattempo era stato insito del titolo di Duca. Il duca Sebastiano “turbò” effettivamente il possesso del Capitolo nella gestione della taverna ed il Capitolo, di rimando, ricorse alla Corte Ecclesiastica per l’adozione dei provvedimenti del caso.
La taverna del Capitolo si era notevolmente sviluppata; infatti era “capace dall’alloggiare qualsivoglia sorte di passeggeri con animali e senza, compratori e venditori di robbe, contenere letti, far da magnare, vendere il vino “. Inoltre, era stato creato un fornello nel muro esterno per far cuocere la carne, che veniva servita sia ai passeggeri che ad altri. La bocca esterna del forno veniva chiusa con una portella di ferro, appoggiata all’apertura con un bastone in legno puntellato fra la portella stessa e la pavimentazione della strada. Al muro erano stati apposti dei ganci per legare gli animali. Sulla strada veniva tenuto normalmente un grande tavolo che serviva sia agli avventori, come piano per mangiare, e sia “per riponere le robbe che vengono o si vendono “. Sempre sulla strada era stato realizzato un piano “accomodato di fabbrica per il gioco delle torrette “. Ancora, d’estate, si creava una specie di tettoia ricoperta di “frasche per evitare il sole ai passeggeri che si riposano avanti la porta della taverna“.
Da questo si evince che la gestione della taverna si era sviluppata molto anche all’esterno. Il duca Sebastiano Marulli utilizzò come  pretesto lo sviluppo esterno “abusivo” della taverna avversaria. Precisamente, il Duca voleva essere pagato per tenere la tavola e la “supponta” al fornello sulla strada di sua proprietà, in quanto signore di Ascoli. Quindi bisognava liberare la strada per permettere il suo passaggio. Il gestore della taverna fece ricorso al Capitolo della Cattedrale, proprietaria della taverna, che negò l’azione del Duca. Nacque, dunque, una nuova turbativa.
I Capitolari chiesero alla Corte Vescovile di procedere contro i turbatori. La parte ecclesiastica, prima di determinare una definitiva rottura con il Duca, temporeggiò e dette disposizione perché si raggiungesse una soluzione bonaria. Il Duca rispose con il divieto di tavola e supponta alla taverna, facendo valere i suoi diritti tutelabili con provvedimenti della Regia Camera, affermando di non avercela contro il Capitolato e la Curia, ma con alcuni preti della comunità. Il Capitolo insistette sul provvedimento di censura, quindi di scomunica, in quanto l’attività esterna della taverna non impediva l’uso della strada. La scomunica ci fu, anche se di Pubblicità Minore, per l’ostinazione del Duca, che rispose arrestando il povero gestore della taverna, che tra tutti era quello meno coinvolto nella vicenda. Non potendo difendere il povero cittadino, il Vescovo decretò la Pubblicità Maggiore della Scomunica, disponendo che le copie fossero affisse alla Porta Maggiore della Chiesa Cattedrale. Il Duca, così, subì i gravi effetti della censura e dovette ritornare indietro nelle sue decisioni: “Cessiamo dalla suddetta pretensione ma anco dichiariamo e promettiamo di non più molestare il detto Capitolo nelle cose suddette, in ogni tempo futuro”.
La vita della taverna, così, riprese senza mai più essere ostacolata.
Daunia Stupor Mundi vi ha raccontato come anche in  piccoli centri da piccoli interessi siano nati grandi scontri.

Daunia Stupor Mundi vi ha raccontato come anche in  piccoli centri da piccoli interessi siano nati grandi scontri.

Bibliografia di riferimento:
Capozzi G.. Lite seicentesca ad Ascoli Satriano: una taverna fra spada e croce. Rivista “La Capitanata”

Daunia Stupor Mundi

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